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Associazioni di volontariato 2

Le associazioni di volontariato del XXI secolo ( I )

Con l’inizio del nuovo anno cerchiamo di delineare quali potranno essere gli sviluppi del prossimo futuro per le associazioni di volontariato e per il terzo settore. Dalla emergenza migranti al recupero degli sprechi, i nuovi fronti operativi sembrano indirizzati sempre più verso la creazione di una complessa messa a sistema di tutto il no profit

Già da tempo le voci più autorevoli e impegnate del no profit hanno individuato nella rete sociale il sistema di sviluppo del terzo settore per costruire un sistema nel quale tutte le associazioni no profit, piccole e grandi, possano collaborare attivamente sia tra loro stesse che con i settori di produzione for profit. Quello che sta accadendo in questi ultimi mesi e che coinvolge direttamente tutte le organizzazioni umanitarie e, in maniera più o meno periferica tutto il terzo settore, offre un quadro di applicazione delle teorie e delle considerazioni mosse, appunto già da tempo, dai gru del no profit. Il nuovo anno appena cominciato si presenta così come un vero e proprio banco di prova per tutto il comparto del terzo settore; molto probabilmente nei prossimi dodici mesi assisteremo ad una forte accelerata da parte delle associazioni no profit, cooperative sociali e associazioni umanitarie con una ridefinizione degli standard di protocollo e della stessa logica di intervento sociale.

La parola d’ordine degli ultimi anni è stata sempre la stessa; rete sociale. La necessità di costruire circuiti di associazioni che operano in sincronia e in sinergia è stata però spesso posta sotto l’aspetto finanziario, come strategia per ottimizzare le scarse risorse e come imperativo di impatto nel tessuto sociale. Del resto è comunemente risaputo che è l’unione tra le organizzazioni che fa la forza. Intesa in questo senso, la rete sociale nel terzo settore è stata così spesso praticata su piani di approvvigionamento, specialmente sotto l’aspetto dei finanziamenti, con la costituzione di partenariati e collaborazioni promossi e incentivati dagli stessi bandi di gara o dai finanziamenti dai fondi europei. Il principio ispiratore di tali norme e condizioni, del resto, erano mossi proprio dalla necessità di avviare un nuovo modo di fare impresa nel terzo settore, incentivando le diverse associazioni no profit a collegarsi “forzatamente” tra di esse lì dove la cooperazione sociale non era stata ancora acquisita come naturale procedura produttiva.

Quello che però è accaduto nello scorso anno però, ha cambiato completamente lo scenario, o quanto meno lo ha accelerato ponendolo su ritmi e su volumi impensabili prima d’ora. Quelli che sono cambiati infatti, sono soprattutto i numeri. L’emergenza immigrazione che sino ad un anno fa toccava soltanto parzialmente l’agenda europea, in quanto coinvolgeva soltanto alcuni paesi, e in maniera periferica, si è riversata sull’intero continente divenendo in breve un punto decisivo per le politiche sociali di ogni Paese membro. Questo ha a sua volta messo in crisi l’intera struttura organizzativa del problema che non può essere risolta soltanto con la sussidiarietà orizzontale, con finanziamenti regionali o con bandi europei, ma deve essere affrontato con un nuovo salto nel campo dell’innovazione sociale; anzi, un “salto” qualitativo che in realtà nuovo non lo è più, perché se ne discute già da parecchi anni. E, ancora una volta, il centro della questione diviene la rete sociale.

Ma in che modo adesso se ne ritorna a parlare? E quali sono gli esempi che ci conducono a considerare la rete sociale per il terzo settore come l’unica possibilità per traghettare le associazioni no profit in questo 2016, ritrovandosi alla fine magari più forti e meno fragili di quanto non lo fossero prima?

 

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