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fundraising etico

Emotionraising; il fundraising delle emozioni

In questi ultimi mesi il terzo settore è attraversato, oltre alle aspettative di riforma, anche da un’interessante dibattito che coinvolge direttamente il senso etico del fundraising e le sue strategie di marketing. Un dibattito indubbiamente sottotraccia, ma estremamente importante per comprendere le dinamiche complesse del no profit.

Il fine sociale delle imprese no profit rappresenta già, di per se, una sufficiente prova del valore etico del proprio lavoro? O forse il terzo settore deve, proprio per il valore morale del suo lavoro e dei suoi obbiettivi, costantemente relativizzare l’etica di procedura del suo operare? Insomma, per le associazioni no profit, il fine giustifica sempre i mezzi? Queste domande apparentemente filosofiche sono al centro di una viva discussione del terzo settore italiano, ma non riguardano direttamente la “filosofia” del no profit, quanto la loro economia. La questione, infatti, ruota tutta intorno alla strategia di comunicazione per il terzo settore e, nello specifico, alla modalità della raccolta fondi.

Il fundraising si presenta, per un’associazione no profit, come il principale strumento di marketing e, contemporaneamente, di economia strutturale della stessa. Non perseguendo un profitto, le organizzazioni del terzo settore possono strutturare la propria esistenza e la propria operatività proprio sulla raccolta fondi che è, nei fatti, il loro capitale umano; il donatore. Ed è proprio qui che intervengono gli interrogativi etici di cui sopra.

Il donatore, infatti, rappresenta nello stesso istante sia un termine relazionale che uno economico; questo sta a significare che qualsiasi strategia di comunicazione indirizzatagli, attraverso una consulenza marketing, si pone inevitabilmente su un piano aggressivo, ovvero pro-vocatorio. Da qualsiasi punto di vista la si voglia guardare, questo rapporto prevede l’esistenza di un “richiedente” e di un “risponditore”. Dunque è una questione di comunicazione.

Ed è proprio sul piano della comunicazione per il no profit che questi interrogativi vanno ad intervenire, fornendo così la prima, basilare domanda; dal momento che il fine di una no profit (la sua “mission”) è orientata sul piano sociale (mediante i suoi progetti sociali), è corretto accettare ogni mezzo a disposizione, anche eticamente scorretto, per pervenire al risultato finale (che invece eticamente è correttissimo)? Insomma, in termini più specifici; fino a quanto si può spingere la strategia di comunicazione per una raccolta fondi? Quando, il donatore, cessa di esistere in quanto “essere in relazione al progetto” e diviene invece poco più che una nuova merce, nuovo strumento di accumulo (magari on demand) per una nuova forma di capitalismo no profit?

Come si può intuire sono domande che corrono il rischio di non poter essere esaudite se non con altre, ulteriori domande, ma questo è tipico nella impostazione dei problemi e nella organizzazioni delle idee, o per dirla con maggior superficialità, nella filosofia. Tuttavia le associazioni del terzo settore non si occupano di studi ontologici e devono invece fare i conti, letteralmente, nel proprio bilancio onlus, ed è qui che alla fine queste domande si intrecciano sul terreno dell’economia, ed è lì che cercheremo, nei prossimi tempi, di trovare alcune risposte a questi interrogativi, le sue nuove applicazioni nei concetti di ciò che va sotto il nome di neuro marketing, driver emozionali ed emotionraising;.

Le emozioni applicate al fundraising; fin dove è lecito spingere queste (facili) leve economiche?

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