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social procurement

Imprenditoria e social procurement

Il social procurement si dimostra sempre più come il sistema più naturale per il dialogo tra imprenditoria for profit e associazioni no profit. Un dialogo che può creare vantaggi enormi per il terzo settore, secondo alcuni, ma tutti sono d’accordo; in Italia si fa già da tempo, anche se non sappiamo precisamente di cosa si tratta…

L’attenzione verso il territorio da parte delle imprese e dell’imprenditoria, è da sempre uno dei tratti caratteristici del nostro modo di fare impresa. L’attenzione verso il tessuto sociale e civile è un tratto che ci portiamo dietro da secoli, probabilmente dal tempo dei Comuni. Le prime assemblee degli Ordini degli Artigiani e dei Mestieri, primordiali nuclei corporativi di mercato, in fondo, si occupavano soprattutto di questo. Creare ricchezza diffusa in un territorio delimitato -appunto i Comuni- perennemente in lotta gli uni con gli altri. Questa cultura ormai millenaria però ha prodotto anche un “campanilismo” buono, soprattutto sul piano economico, che vede la ricchezza di un territorio in linea con il suo sviluppo, economico, culturale e sociale. A ben vedere, il social procurement di cui da qualche anno tanto si parla in Europa, è proprio questo.

Paradossalmente quello che per l’imprenditoria (almeno per una parte di essa) era già un dato culturale acquisito, non lo era per le Pubbliche Amministrazioni. Le prime a doversi munire di un senso sociale di sviluppo economico sono state proprio le istituzioni, con la messa a punto di disposizioni e parametri valutativi, in sede di Gara, di criteri social procurement, ovvero prevedendo un punteggio aggiuntivo per tutte quelle imprese fornitrici che dimostravano di possedere, oltre ai requisiti obbligatori, anche politiche di sviluppo sociale collettivo, codici etici e responsabilità sociale.

Il social procurement è infatti quell’anello di congiunzione tra profit e no profit, spesso rappresentato in passato dagli istituti ecclesiali, mediante cui le aziende destinavano una parte dei loro profitti alla collettività, interna o anche esterna alla propria azienda, specialmente sotto forma di donazione. Negli ultimi vent’anni però il modo di fare impresa sociale è cambiato parecchio e oggi le associazioni no profit riescono ad offrire progetti sociali altamente qualificati, pianificati e cresciuti in un contesto globale di sviluppo che riguarda ormai l’intero sistema Paese, e non soltanto la parrocchia del paesello o il Comune di riferimento.

Quando poi il social procurement è fatto da imprese presenti in diversi Paesi e con fatturati da multinazionali, allora l’impatto che generano queste politiche di tutela dei diritti dei lavoratori, dell’imprenditoria sociale femminile o della tutela delle fasce più deboli ha una ricaduta enorme sugli stessi indici di sviluppo mondiale.

Negli ultimi anni poi il fenomeno del social procurement si è sposato benissimo con la tutela dell’ambiente e della cultura. Sono molti gli esempi di questo passaggio, anche qui da noi. Da un lato le Amministrazioni hanno cominciato a richiedere sempre alle cooperative di servizi progetti di green procurement, rivalorizzando e recuperando le zone verdi comunali, dall’altro il mondo del profit ha sempre più guardato al mondo dei beni culturali con maggior attenzione, investendo e promuovendo interventi di recupero (vedi il Colosseo a Roma ad opera dei Della Valle, o il lavoro di padre Antonio Loffredo e le Catacombe di Napoli) con scelte che si sono sempre dimostrate vincenti, sia per lo sviluppo delle associazioni no profit sia per le proprie imprese profit (evidentemente in termini di immagine, innanzitutto, ma non soltanto).

Proprio per questa ragione un recente studio (di cui si è parlato proprio in questa settimana in un convegno a Milano a cura di Right Hub e Isnet) ha evidenziato che 9 imprese su 10 che hanno già avuto collaborazioni con imprese del terzo settore si dichiarano disponibili a valutare nuovi prodotti o servizi di cooperative e imprese sociali.

Il connubio non permette soltanto di aprire un nuovo vasto mercato per le imprese del terzo settore, ma offre anche alle stesse la possibilità di acquisire una conoscenza ed una capacità organizzativa che è proprio dell’imprenditoria del profit, e molto meno invece per le associazioni e cooperative sociali di casa nostra. Se è vero infatti che l’Italia non sembra indietro sotto il profilo ideologico del social procurement, è invece verissimo che rispetto al terzo settore europeo dobbiamo ancora recuperare qualcosa sotto il profilo metodologico.

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