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Le cooperative sociali e i beni confiscati alle mafie

Negli ultimi vent’anni il terzo settore è cambiato molto anche grazie alla legge 109/96 che ha segnato l’avvio di una nuova era per le associazioni e le cooperative sociali che fondano la propria mission sulla legalità e sulla lotta alle organizzazioni criminali. Numeri importanti, sui quali però occorre sempre tenere alta la guardia.

Proprio in questi giorni il Comune di Palermo sta definendo le graduatorie per l’assegnazione di 68 nuovi beni confiscati alle mafie ad altrettante associazioni no profit che presenteranno, da qui al 31 marzo, progetti sociali con i quali riconsegnare il patrimonio immobiliare appartenuto alle organizzazioni criminali alla cittadinanza. Le associazioni che sono entrate in lista sono 166 e saranno selezionate sul criterio dei migliori progetti che sappiano avviare proposte di innovazione sociale per l’integrazione sociale, per l’impatto culturale che sapranno proporre e per scopi educativi. Una novità degna di nota è rappresentata dalla decisione di rendere attiva la graduatoria per i prossimi due anni, in modo da poter velocizzare l’assegnazione dei bandi di gara dei futuri beni confiscati alle associazioni. Una decisione intelligente dal momento che l’assegnazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata è sempre più una delle pratiche maggiormente diffuse del terzo settore.

Negli ultimi venti anni, da quando la legge 109/96 sull’assegnazione alle associazioni e cooperative sociali dei beni confiscati alle mafie, è entrata in vigore, l’impatto prodotto è stato tale da costituire un cambiamento radicale nello stesso terzo settore, aprendo ad esperienze imprenditoriali di progetti sociali impensabili prima di allora. Sono moltissime le cooperative sociali che sono nate proprio partendo dall’assegnazione di tali beni che, per la loro gestione, spesso hanno richiesto un vero e proprio salto qualitativo nel modo di concepire il no profit, soprattutto nella gestione delle aziende, che rappresentano ovviamente una cospicua parte del patrimonio confiscato alle mafie.

Secondo i dati dell’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla Criminalità Organizzata (ANBSC) sono 3.187 le aziende confiscate (ultimi dati aggiornati del 30 settembre 2015) tra quelle già destinate e già in gestione. Più di 1.000 nella sola Sicilia dove la legge 109 è stata utilizzata, pur se tra molte difficoltà, sin dall’entrata in vigore, con risultati sul piano della lotta alle mafie che sono, oggi, i migliori esempi europei di integrazione legislativa tra Amministrazioni e no profit. Pure non mancano le zone d’ombra, con assegnazioni e gestioni di beni di primissimo piano che più d’una volta sono apparse poco trasparenti, clientelari e ancora prodotto di una politica troppo collegata e collusa alle logiche delle cosche, ma l’attenzione e la sempre maggiore consapevolezza della cittadinanza su questi temi, oltre alla pressione e delle stesse organizzazioni del terzo settore, ha rappresentato un forte argine a tali affari di corruzione.

Oltre alle aziende, che richiedono un’organizzazione di gestione complessa, la parte più grande del patrimonio confiscato resta sempre quella degli immobili, che è anche più congeniale a progetti sociali delle associazioni di volontariato che intendono occuparsi specificamente di un territorio, di un quartiere, con progetti di educazione, culturali o ludici, volti a favorire la consapevolezza e la sensibilizzazione alla lotta alle mafie. E’ su questo sterminato patrimonio di oltre 17 mila immobili (che vanno da 25mq a oltre 5 mila) che le associazioni no profit riescono a trovare sempre più spesso il luogo congeniale per i propri progetti sociali, costruendo così pratiche di innovazione sociale in tessuti cittadini spesso molto complicati.

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