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Osservazioni sul terzo settore 3.0 (parte I)

Ne abbiamo accennato qualche settimana fa, promettendo di tornarci. Il caso dell’ex Asilo Filangieri di Napoli non è una organizzazione no profit, non si struttura come le associazioni culturali ma rappresenta ugualmente il fiore all’occhiello delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale di Napoli. È forse questo il terzo settore 3.0

Occuparsi di innovazione sociale nel terzo settore vuol dire anche gettare uno sguardo oltre quelli che sono i sistemi e le forme consolidate dell’associazionismo. Il Movimento della Balena (questo era il nome del collettivo che occupò lo stabile napoletano) ha rappresentato uno degli esempi più importanti di associazionismo dal basso nel nostro Paese. Nato dai continui tagli alla cultura e dal conseguente restringimento agli spazi e alle occasioni di “fare cultura”, in diverse città italiane sin dal 2011 molti sono stati gli esempi e le sperimentazioni per una nuova forma di aggregazione culturale che potesse riconnettere l’arte al tessuto sociale. Dall’occupazione del Teatro Valle di Roma al Macao di Milano, dal Garibaldi Aperto di Palermo al Pinelli Occupato di Messina passando ancora per altre realtà affini come il Rossi di Pisa o le sale Docks di Venezia tra il 2011 e il 2012 c’è stato un vero e proprio movimento di approvvigionamento dal basso intorno ai luoghi della cultura e dell’arte. Un impegno ancor più sentito, oggi, con lo stato sociale attuale in Italia dove i fondi per la cultura e per la formazione culturale sono sempre più scarsi. Alcuni di questi luoghi in questi anni hanno ceduto il passo, altri hanno cambiato drasticamente il proprio orientamento ma per alcuni di essi la crescita ha portato via via a costruire qualcosa di totalmente inesplorato nel panorama dei nuovi spazi di aggregazione sociale.

L’Asilo Filangieri di Napoli rappresenta in tal senso il fronte più avanzato di questa innovazione sociale, talmente avanzato da non poter essere definito con le categorie e le strutture classiche del terzo settore. Eppure qui si tratta di organizzazioni non lucrative di utilità sociale, là dove con questa definizione si è disposti a spostare un po’ più in là l’asticella, ragionando soprattutto su quello che posso rappresentare queste scelte all’interno di un rapporto sociale tra cittadinanza, istituzioni e organizzazioni no profit. La recente Dichiarazione d’uso civico urbano, approvata lo scorso 2 gennaio dal Comune, sancisce definitivamente un nuovo attore sociale nel panorama, allargato, del terzo settore e dell’utilizzo dei “beni comuni”.

Un documento sul quale si è discusso negli ultimi tre anni, in sede di assemblea, mettendo appunto un regolamento nel quale si concede la possibilità, da parte del Comune, di utilizzare un bene (quale appunto l’ex Asilo Filangieri, un complesso di fine ‘500 di oltre sei mila mq) non ad una associazione culturale o una società privata, ma agli abitanti, coloro cioè che «che partecipano alla vita, alla cura e alla gestione del’Asilo e che pertanto godono dei pieni diritti di partecipazione ai processi decisionali».

La Dichiarazione d’uso civico urbano rappresenta una “buona pratica” di innovazione sociale sul quale vale la pena soffermarsi un po’ più a lungo per comprenderne meglio la struttura organizzativa interna la quale si presta come volano per molte associazioni culturali partenopee (e non solo) costituendosi come palestra di scambio, vero e proprio laboratorio di rete sociale nel terzo settore.

(continua…)

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