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Osservazioni sul terzo settore 3.0 (parte II)

In questa seconda parte analizziamo il funzionamento interno dell’ex Asilo Filangieri di Napoli per comprendere in che modo le buone pratiche di autogoverno,  riescono a coadiuvare le associazioni e le organizzazioni no profit rappresentando un passo avanti nell’innovazione sociale per la costituzione di una rete sociale del terzo settore.

Il regolamento della Dichiarazione d’uso civico urbano dell’Asilo, approvato dal Comune, stabilisce un regime di autogoverno nel quale si delineano, oltre ai tavoli di discussione, tre principali organismi di partecipazione. Un documento che porta in se una forte connotazione di innovazione sociale non solo per il suo carattere innovativo sotto il profilo dell’autogoverno, ma soprattutto perché riesce a mettere “naturalmente” in comunicazione le diverse associazioni culturali che vi operano, pur non essendo essa stessa un’associazione. Come si legge nella Dichiarazione, “La comunità eterogenea, mutevole, solidale e aperta di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, dell’arte e della cultura su cui si fonda il processo di sperimentazione politica, artistica e culturale in atto a l’Asilo” permette di disporre di un meccanismo “fluido” con il quale ogni realtà esterna (associazioni, singoli cittadini) può facilmente partecipare alla vita culturale all’interno della sede.

In questo modo, a differenza di un atto costitutivo di associazione nel quale viene riconosciuto un organo direttivo, viene dato riconoscimento al valore economico delle produzioni culturali dei processi di autogoverno attraverso la gestione dei beni pubblici che, di fatto, continuano a restare nella proprietà pubblica (nel caso dell’Asilo, del Comune) ma concedendolo “a chi lo utilizza”, quindi, alla cittadinanza. Il processo di autogoverno si struttura così in maniera analoga a quelle che sono le associazioni di volontariato, ovvero si basa sul prendersi cura e sul tempo che si dedica alle pratiche culturali di aggregazione sociale, fornendo quell’organo decisionale che presiede alle assemblee, denominati “abitanti” dell’Asilo.

Ospiti sono invece definiti coloro i quali propongono dall’esterno nuovi progetti sociali e artistici che sono, appunto, ospitati all’interno della struttura. Questa struttura si è subito rivelata un’incredibile realtà di aggregazione di associazioni culturali, organizzazioni no profit o semplici artisti dando luogo ad una rete sociale concreta fatta di scambio di competenze e di know how tra diverse realtà cittadine. Un motore di progetti sociali, vero e proprio laboratorio di innovazione sociale nel terzo settore.

Ai “fruitori”, terzo organismo di partecipazione, non viene richiesto nessun biglietto d’ingresso per assistere alle attività dell’Asilo, che restano così ispirate dal principio di totale gratuità e fruibilità per l’intera cittadinanza. Anche l’operazione del tesseramento è stata bandita, per cui l’unica forma di raccolta fondi legata alle iniziative culturali è rappresentata dal “contributo di complicità”, ovvero una piccola donazione (in genere 3 euro per evento, in forma discrezionale) per permettere all’autogoverno di essere anche auto sostenibile. E forse è questa ormai l’ultima pratica da “centro occupato” che si porta dietro l’Asilo, restando fedele, nell’economia di gestione ad un principio di partecipazione democratica che sia il più aperta possibile.

I numeri parlano da soli; oltre 90 assemblee pubbliche, 100 tra concerti ed eventi artistici, oltre 250 tra dibattiti, presentazioni di libri, seminari fotografici, 550 giorni di formazione portati avanti dai laboratori di scuola elementare di Teatro, la Danza, le Arti visive, un laboratorio interno di sartoria teatrale che fanno dell’Asilo un’officina di produzione interdipendente unico nel suo genere, capace di mettere insieme autogoverno e progetti sociali, università e associazioni culturali in un contesto di elevatissima innovazione sociale. Un esperimento che sembra davvero proporre un nuovo modello di terzo settore, forse, il terzo settore 3.0.

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