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start up innovazione sociale

L’innovazione sociale delle start up

Per incrementare lo sviluppo e il numero delle start up di innovazione a vocazione sociale (attualmente se ne contano circa una quarantina) è emersa l’esigenza di ridisegnare le linee guida ministeriali per le nuove procedure di status.

Può sembrare il problema della coperta corta. Da un lato si cerca di allargare il campo di intervento per le nuove tecnologie sui progetti sociali, mentre dall’altro si pone molta attenzione a non svilire il termine stesso di “attività sociale”. Proprio su questo piano è stata pubblicata recentemente una Circolare del Ministero, la  3677/c, nella quale si sono previste nuove specifiche per le start up a vocazione sociale. Tale correzione prevede per le imprese che vogliono registrarsi come start up di innovazione a vocazione sociale, oltre al DDS (Documento di Descrizione di impatto Sociale) anche l’iscrizione alla sezione speciale del registro delle imprese e un’autocertificazione nella quale si dichiara di operare esclusivamente in ambito sociale. Tutto questo nasce però proprio dall’esigenza di introdurre nuovi attori nel panorama dell’innovazione sociale per poter spingere maggiormente le aziende a intervenire con tecnologie avanzate sui bisogni sociali, sia per creare impresa, e quindi sviluppo e crescita, come descritto nel decreto Crescita 2.0, sia per rispondere maggiormente allo stato sociale attuale in Italia, spingendo le iniziative private ad occuparsi sempre di più a bisogni sui quali lo Stato non riesce più a dare adeguate risposte. I benefici fiscali per chi investe nelle start up innovative seguono questo stesso ragionamento, ma creano anche delle pericolose storture.

La novità più rilevante è rappresentata dall’indipendenza dei settori di produzione dal codice ATECO, ovvero quello attribuito dall’Agenzia delle Entrate per individuare i settori di attività, consentendo così anche ad aziende che operano al di fuori di ambiti strettamente sociali di potersi avvalere dello status di vocazione sociale lì dove il loro progetto prevede una reale integrazione tra innovazione sociale e nuove tecnologie. È proprio su questo delicato equilibrio tra vocazione e innovazione che la nuova norma intende operare, con miglioramenti progressivi, al fine di gettare sempre più ponti tra il terzo settore e le aziende che operano con tecnologie avanzate.

La stortura dei “falsi negativi” ad esempio dimostra come la strada da percorrere sia ancora lunga, e tuttavia la possibilità di creare un interscambio tra organizzazioni no profit e imprese è sostenuta da entrambi gli attori. L’apertura di questi registri permette inoltre a molte realtà straniere di potersi insediare maggiormente nel nostro sistema produttivo, portando un know out maturato trasversalmente tra profit e no profit già da diverso tempo nei loro paesi.

Quello che tuttavia la nuova Circolare non specifica ancora sono le eventuali sanzioni per le inadempienze verso le nuove forme di autocertificazione e del DDL; chi le controlla? Le proposte a contenuto tecnologico restano in Italia ancora delle mosche bianche, e questo è lo scotto da pagare per una mancata strutturazione della ricerca industriale tecnologica. Accelerare su questo punto, dunque, pur con tutte le problematiche di un processo legislativo in divenire, appare l’unica soluzione possibile.

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