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strategia di comunicazione no profit sui social

Strategia di comunicazione no profit sui Social

Più volte abbiamo ribadito come la strategia di comunicazione di un’associazione no profit passa innanzitutto dal proprio canale dei social network. Per la loro immediatezza e per la intrinseca capacità di diffondersi mediante le pratiche della condivisione o del “retweet”, rappresentano il modo più semplice (e spesso quello migliore) per farsi conoscere. Ma quali sono i numeri del no profit in questo ambito?

I dati di uno studio condotti da Blogmeter qualche mese fa hanno permesso di cogliere il volume di opinioni che le imprese no profit riescono a generare sui social network. In merito ai dati generali, la musica non è cambiata molto rispetto ad un analogo studio condotto già tre anni fa. In testa alla lista ci sono ovviamente le grandi associazioni umanitarie quali Emergency e Medici senza Frontiere. Anche l’ambientalista Greenpace è tra le organizzazioni con le maggiori community. Ma il mondo dei social è fatto prevalentemente di commenti e di partecipazione (pur se virtuale) e allora il volume di presenza di una data associazione no profit deve essere considerato tenendo conto anche di quanti “like”, condivisioni o “retweet” riesce a generare. E qui si inserisce immediatamente il primo dato interessante. Le associazioni animaliste infatti riescono a generare accesi dibattiti (o meglio consensi/dissensi) che producono immediatamente una risonanza mediatica. Le  pagine della Lega Nazionale per la difesa del Cane, dell’ENPA, di LAV e ovviamente di WWF Italia riescono ad ottenere sempre ottimi riscontri ad ogni loro post (o tweet) grazie soprattutto al pubblico femminile, evidentemente particolarmente sensibile alla causa animalista; su queste pagine il 75% dei click sono generati da un pubblico femminile.

Ben più difficile risulta tuttavia affrontare la questione riguardo alle imprese sociali direttamente coinvolte in un determinato territorio, e non presenti su larga scala. Questo dato infatti, sarebbe ben più interessante in quanto permetterebbe di quantificare l’importanza della strategia di comunicazione sui social senza inficiare il dato con altre fonti di pubblicità, quali le grandi organizzazioni fanno largo utilizzo. Insomma si tratterrebbe di capire quali numeri sono in ballo quando si demanda (per scelta o per necessità) l’intero piano di comunicazione direttamente dal proprio terminale (pc o smartphone), una campagna pubblicitaria che risponde a logiche e a procedure molto diverse rispetto ad una campagna pubblicitaria classica, programmata, “ragionata”.

Comprendere la gestione delle proprie pagine social da parte delle grandi organizzazioni umanitarie ci permette però già di individuare la specificità di questa forma di comunicazione che si presenta come “immediata”, e quindi perfettamente appropriata per attività e progetti che lavorano quasi unicamente in emergenza. Non a caso l’utilizzo degli hashtag  (#) riesce a produrre un volume di traffico “sociale” proprio in concomitanza con eventi (guerre, terremoti o epidemie) che sono fortemente diffusi su gli organi di informazione convenzionali.

Questo processo di informazione condivisa si presta particolarmente alla diffusione di campagne di raccolta fondi di breve scadenza (una settimana) dopodiché, oltrepassato tale periodo, la curva di risposta da parte del pubblico subisce una forte diminuzione. Questo stesso processo deve esser adottato anche dalle Onlus territoriali che, pur disponendo di numeri molto più piccoli, possono comunque fondare il loro piano di comunicazione grazie all’informazione locale.

I precedenti non mancano certo, e a volte riescono anche ad ottenere poi un respiro più ampio, finendo talvolta anche sui canali di informazione nazionale. Uno degli ultimi casi può esser rappresentato da un caso della libera raccolta fondi che i commercianti ed i cittadini di un piccolo centro vesuviano (Marigliano) hanno sostenuto per risarcire una multa inflitta dalla Guardia di Finanza ad un commerciante per aver regalato un panino ad una persona disagiata, e il cui caso è finito poi anche nella trasmissione televisiva de “Le Iene”. Qui la rete cittadina si è sostituita alla rete sociale delle associazioni, ma il senso non cambia. L’intero caso, infatti, era stato sollevato proprio grazie ad un fenomeno di “condivisione” sul social network Facebook di un magazine locale, ottenendo poi immediatamente un ampio volume di traffico. Ecco, questo esempio ci pare di poter mostrare come la strategia di comunicazione dei “grandi numeri” possa essere riportata anche su scale minori. Una differenza sostanziale, e strutturale, rispetto alla comunicazione “classica” (o statica) la quale, non potendo strutturarsi in pattern di informazione “capillare” è destinata a restare ancorata al suo rigido schema propositivo del targhet.

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