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L’imprenditoria sociale femminile nel rapporto Istat

 

 

L’imprenditoria sociale femminile nel rapporto Istat

 

Spulciando i dati dell’ultimo censimento Istat condotto sulle istituzioni no profit, si assiste ad una vera rivoluzione nel mercato del lavoro del terzo settore. Un dato ancora più interessante se si considera il settore del no profit come laboratorio di quello che sarà l’intera occupazione tra dieci anni.

Il dato più lampante era emerso già subito dopo la pubblicazione dei primi rilievi del censimento, ormai due anni fa. In completa controtendenza con qualsiasi altro settore economico, il terzo settore  si faceva apprezzare per un +39,4% di occupazione. Un dato estremamente interessante ma che adesso, con i nuovi profili della totalità dei dati Istat, rivela qualcosa di ancor più importante.

La convinzione generale, e anche qui più volte ripetuta, che le organizzazioni non lucrative di utilità sociale  possono fornire al mercato del lavoro “classico” la ricetta per uscire dalla crisi, soprattutto in termini occupazionali, rende i dati del no profit assolutamente centrali per un’attenta analisi del dato macroeconomico del +40%.

A ben guardare infatti, una parte importante di questo dato, che da sola potrebbe indicare l’ampiezza di un tale dato, è nella centralità dell’imprenditoria sociale femminile.  L’impatto è a dir poco schiacciante, con una percentuale femminile che supera i due terzi (67%) tra i lavoratori retribuiti nelle imprese sociali. Questo dato tiene conto non solo dei dipendenti, quasi mezzo milione, ma anche delle lavoratrici esterne (142 mila) impegnate dalle cooperative sociali, alle quali si aggiungono altre tre mila temporanee e 9 mila lavoratrici distaccate. Mentre non rientrano le oltre 26 mila religiose e 10 mila giovani impegnate nei servizi civili.

Dati dunque davvero sorprendenti, tutt’al più se si considera alla luce dei profili professionali. Per cultura e per stato sociale, la presenza femminile è infatti quasi completamente assente da determinati asset produttivi, quali per esempio l’artigianato e i ruoli direttivi. Fra i direttori e gli imprenditori infatti l’imprenditoria sociale femminile sembra rispecchiare ancora quella del profit, con un dato che non arriva al 2% (1,9% del totale delle donne con retribuzione nel no profit, rispetto al 6,8% delle posizione di vertice tra i lavori retribuiti occupati dai maschi).

È invece nelle attività commerciali e nei servizi che la componente “rosa” si impone nettamente su quella maschile, mentre ha praticamente quasi raggiunto la parità nelle professioni tecniche (professioni infermieristiche, fisioterapisti, istruttori sportivi, etc.) , ed in quelle di elevata specializzazione.

L’imprenditoria sociale femminile nel rapporto Istat

Altro dato che merita di essere valutato con attenzione è l’uniformità della maggioranza femminile tra le figure retribuite delle istituzioni no profit lungo tutta la penisola, in ogni regione, al nord come al sud.

Tra le cooperative sociali di tipo b i campi maggiormente a presenza femminile sono quelli legati all’istruzione (dove il rapporto è a dir poco impari; 81 donne impiegate per ogni 10 uomini), nei servizi per lungodegenti (63 donne ogni 10 uomini) e nell’assistenza sociale, con 46 donne impiegate ogni 10 uomini.

A nostro avviso molto del merito del raggiungimento del dato macroeconomico dell’occupazione nel no profit è dovuto proprio a questa “valanga rosa” che si è abbattuta sul terzo settore, donne, che per ragioni molto diverse (vicinanza agli istituti religiosi, impegno civile nella croce rossa, assistenzialismo ad un parente) si sono avvicinate al mondo del sociale sino poi a farne pienamente parte costruendo una qualifica, un lavoro e quindi, una retribuzione. In molti altri casi si tratta invece di professioni specializzate che presuppongono un percorso formativo già pienamente consapevole, e, non in ultima analisi, l’aspetto fortemente innovativo e dinamico che l’imprenditoria sociale femminile sta dando al terzo settore. Un aspetto, questo, che è forse quello più vicino e di “contatto” tra il no profit ed il profit. Un elemento che fa ben sperare.

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