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La gestione del capitale umano nelle ONP nel Terzo settore–Parte I

La gestione del capitale umano nelle ONP

 

È la risorsa più importante delle organizzazioni no profit ma spesso viene dimenticato. La dinamicità dello sviluppo delle imprese del terzo settore impone di focalizzare l’attenzione sulla parte attiva delle associazioni. Cominciando dal vertice.

La gestione del personale all’interno delle associazioni no profit viene spesso ritenuta un’attività marginale, che si struttura da sé mediante i rapporti individuali che si instaurano tra le varie figure, forti dell’idea di guardare il no profit, e dunque anche il suo capitale umano, come una missione comune volta soprattutto al “fare”, più che al “fare in maniera giusta”.

Questo aspetto, largamente diffuso tra le imprese sociali, sta cominciando finalmente a cambiare, soprattutto per quanto riguarda i ruoli dirigenziali delle organizzazioni umanitarie. I grandi volumi del terzo settore hanno cominciando a richiedere sempre più spesso personale dirigenziale di alto profilo, cominciando a reperire i “cacciatori di teste” prelevandoli di peso dal profit.

Il top management di un’impresa sociale non è molto dissimile da quello di un’impresa classica, specialmente per quanto riguarda la definizione dei ruoli e le gerarchie da mettere in campo per poter strutturare una piattaforma di carichi e di responsabilità indispensabili per ogni impresa che poggia sulle relazioni del suo capitale umano. La confusione e l’accavallamento che spesso vige nelle imprese no profit medie e medio-piccole tra il consiglio di amministrazione e i dipendenti è spesso causa di attriti e mal di pancia tra ambedue le parti, con il risultato che spesso a risentirne è la sinergia di cooperazione. Altre volte invece, la mai chiarita spartizione dei ruoli e delle responsabilità comporta la percezione di uno scavalcamento nei ruoli, o addirittura all’allontanamento delle risorse.

La forte innovazione sociale nel terzo settore, con programmi sempre ben distinti e particolareggiati, impone anch’essa di ristabilire quasi quotidianamente i legami e le relazioni tra il capitale umano.  Lavorare con i disabili, nelle realtà estreme, nelle periferie a rischio o anche semplicemente la tutela delle persone anziane (solo per indicare alcune delle attività sociali), determina indubbiamente una forte pressione tra il personale, che se mal gestito può portare anche in questi casi a prevaricazioni o imposizioni arbitrare, come ad esempio tra personale professionalizzato e i volontari. Tutti questi scenari, nell’ambito delle imprese sociali (pensiamo ad esempio a ciò che accade nelle cooperative sociali assistenzialistiche) costituiscono gli scenari più comuni, ma anche quelli sui quali bisogna intervenire con maggior celerità.

Il rischio infatti, è quello di cominciare a sfaldarsi prima ancora di aver raggiunto dei livelli di compattezza nella struttura. Il ruolo dei project management nelle imprese sociali è allora anche quello di ristrutturare il no profit cercando di intervenire proprio sul vertice della piramide. È da qui che si comincia a “gestire” l’intero capitale umano a disposizione, sino ad arrivare all’ultimo volontario iscritto.( Continua…)

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