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arredare e ristrutturare una Onlus

Arredare e ristrutturare una Onlus

In che modo è possibile ristrutturare o arredare le associazioni no profit? Quali sono le opportunità e i servizi messi in campo dalle aziende di settore per le Onlus? E in tali casi, cosa deve essere riportato nel bilancio Onlus? Ecco alcune idee, e alcune risposte, per riprogettare gli spazi e adattarli a nuovi progetti sociali.

Non sono soltanto i colossi della tecnologia digitale (come Google) a fornire servizi gratuiti alle associazioni no profit, ma anche le aziende del settore edile o dell’arredamento mettono in campo diverse strategie “for social” con le quali aiutano le Onlus a ristrutturare o riorganizzare gli spazi delle proprie sedi. Sull’impatto mediatico spicca tra queste indubbiamente la multinazionale Ikea che da ormai tempo fornisce l’arredamento per gli spazi di molte associazioni su tutto il territorio nazionale. L’orientamento del marchio svedese è rivolto specialmente a tre contesti; progetti sociali per bambini e persone con disabilità e l’aiuto per l’organizzazione di centri per i soggetti senza fissa dimora.

Ma sono anche altri i marchi e le grandi aziende a fornire aiuti e offrire le proprie professionalità mettendole gratuitamente a disposizione delle associazioni no profit. Il marchio Leroy Marlin, ad esempio, ha lanciato recentemente una campagna nella quale si impegna a dare assistenza e consulenza nei lavori di ristrutturazione delle associazioni Onlus intervenendo direttamente nei lavori con il proprio personale il quale è tenuto ad offrire almeno una giornata lavorativa presso Organizzazioni non lucrative di utilità sociale. Il “ritorno” verso l’azienda qui è determinato da una strategia di comunicazione legata al canale youtube “tutorial for good” della azienda dove i filmati girati in occasione degli interventi effettuati nelle Onlus vanno ad arricchire la pagina dei video tutorial.

È chiaro che le aziende che mettono gratuitamente a disposizione risorse e materiali non lo fanno per scopi filantropici ma decidono di “investire” nel settore sociale quando hanno ben chiaro il ritorno di immagine del proprio brand, tuttavia la strategia di comunicazione messa in campo può giovare ad entrambe le parti (ossia dell’azienda e dell’associazione). Il consiglio tuttavia è quello di intraprendere percorsi di questo tipo soltanto quando sono ben motivati, ovvero quando rispondono ad un progetto specifico esattamente come quando si richiedono finanziamenti per progetti sociali; non cogliere l’occasione soltanto perché “è uscito il bando”, ma concentrarsi sull’obbiettivo e presentarsi con un vero e proprio project management. Si può anche puntare su marchi o su aziende che non hanno politiche “for social” aziendali, cioè pianificate su scala nazionale, ma rivolgendosi direttamente ai direttori dei singoli punti vendita.

Nel mercato del franchising il margine di autonomia – e quindi decisionale – riservato ai singoli punti vendita è aumentato molto rispetto al passato e questo spinge molte aziende a lasciare l’iniziativa delle politiche sociali ai singoli manager che possono meglio raccogliere e valutare le proposte ed i bisogni dei territori. Esattamente come un brand, anche i singoli punti vendita offrono sostegno o anche una consulenza marketing per il no profit per fidelizzare la comunità territoriale o per guadagnarsi un piccolo vantaggio rispetto alla concorrenza.

Inoltre resta ancora un altro punto sul quale poter costruire un buon “elevator pitch” con i propri interlocutori: la deducibilità fiscale. La deduzione fiscale da parte delle Aziende del materiale “donato” (e per “materiale” si intende anche una consulenza) alle Onlus rappresenta un’opportunità troppo spesso sottovalutata, anche se va ricordato che, a causa di un “buco” legislativo, tale privilegio riguarda soltanto le Onlus e non le associazioni di Volontariato. Per l’associazione invece la donazione andrà riportata nel proprio bilancio onlus al pari di una qualsiasi donazione monetaria.

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