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finanza etica

Quale economia per una finanza etica?

Sono sempre più numerosi i servizi offerti dalle banche e da agenzie d’investimento per la finanza etica. Si tratta soltanto di un’operazione pubblicitaria o sono effettivamente il futuro della stessa finanza? Cerchiamo di capire di cosa si tratta e, soprattutto, come si sta giocando questa controversa partita fiscale sul piano economico.

La finanza etica è un processo d’investimento dedicato alle organizzazioni no profit ed a finanziamenti a cooperative sociali. La missione sociale è un requisito imprescindibile ma non è il solo che riguarda questa particolare forma di finanza che si fonda, anche, su una attenta analisi delle imprese sociali, valutandone la loro incidenza globale in termini di responsabilità sociale e ambientale. L’intento è quello di intervenire nei fondi di investimento del terzo settore potendo contare su una maggiore responsabilità e delle particolari agevolazioni fiscali destinate ai finanziamenti dei progetti sociali.

I quattro aspetti principali nella valutazione aziendale riguardano la trasparenza, la politica e i sistemi di gestione dell’impresa, la rendicontazione e le normali valutazioni classiche (punti di forza, mercato, debolezze strutturali etc.).  Il decollo di questi piani d’investimento ha così rilanciato con forza innanzitutto l’importanza, da parte delle organizzazioni no profit, di strutturare specifici business plan per il terzo settore che potessero riorganizzare e pianificare meglio l’intervento delle ONP, ma che potessero anche offrire un adeguato appeal proprio per determinati strumenti di finanza etica.  Da ormai diversi anni gli istituti bancari offrono la possibilità di accedere a questo mercato finanziario “equo e solidale” con pacchetti di investimento e con sportelli appositamente dedicati, ricavandone innanzitutto un buon ritorno d’immagine. Tuttavia se in principio questo fenomeno era sopratutto ascrivibile ad una strategia di comunicazione da parte degli istituti di credito rispetto ai propri stakeholders, via via il mondo della finanza ha cominciato a guardare ai piani di investimento nel terzo settore sempre con maggior interesse, sino ad arrivare, oggi, a chiedere una precisa regolamentazione a tal riguardo.

Questo aspetto, più di ogni altro, rende bene il mutare della prospettiva dei principali investitori mondiali verso le operazioni di finanza etica, viste sino a pochi anni fa come un terreno buono soltanto per creare “mostri finanziari” (molti fondi di investimento immischiati nel crack finanziario utilizzavano proprio derivati provenienti da fondi di finanza etica), sono oggi al centro di un’importante partita legislativa per costituire un’insieme di indici che possano definire con piglio rigoroso il valore etico di un’impresa. Operazione non facile, questa, dal momento che le variabili sono complesse, ma soprattutto prevedono un sistema economico profondamente diverso da quello che, ancora, tiene in piedi la grande finanza.

Molti elementi, come la valutazione degli strumenti per salvaguardare i piccoli azionisti o l’analisi dei meccanismi messi in atto per prevenire la corruzione, sono fondamentali per poter garantire quella trasparenza di un investimento etico, ma rischiano di esser ancora poco contemplati da un sistema, quello finanziario dei grandi investitori, che si basa su forme di rating ancora legate a gli strumenti di produzione e capitalizzazione.

La sensazione è che la finanza etica si trovi particolarmente a suo agio quando si fonda su investimenti che vengono “dal basso”, ma probabilmente ancoro poco si addice ai grandi trasferimenti di capitale, per il quale, evidentemente, bisognerà ancora aspettare del tempo affinché un nuovo sistema economico possa ristabilire davvero una etica circolazione dei beni su parametri sociali, appunto, e non di capitali.

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