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expo e terzo settore

Expo e Terzo settore

Da tre settimane è partito l’Expo di Milano, ma il primo bilancio sulla presenza del terzo settore risulta ancora molto deficitario. Non solo la completa assenza di progetti sociali, ma anche nel semplice utilizzo del volontariato c’è molta delusione per quella che si presenta come un’occasione persa.

L’Esposizione Universale  non è certo la sede predisposta per lanciare (o rilanciare) il terzo settore, eppure, vista la tematica dell’edizione italiana, “nutriamo il pianeta”,  ci si poteva aspettare un’apertura molto più concreta tra le imprese profit e le organizzazioni no profit. La visibilità alle tematiche sostenibili così si avvia a rimanere di fatti in un susseguirsi di buone intenzioni, tavole rotonde, convegni, eventi, discussioni, insomma mille parole e pochi fatti concreti. La partecipazione attiva del terzo settore all’Expo 2015 si può racchiudere tutta, o quasi, nel padiglione della Società Civile del progetto Cascina Triluza (che procede molto bene ed è ben gestito) gestito direttamente dalla Fondazione Triluza, punto di riferimento di una rete sociale che comprende 58 organizzazioni della Società Civile. A queste si sono affiancate alcune cooperative della Confcooperative Lazio che figura come official sponsor del padiglione Triluza.

Insomma un circuito piuttosto chiuso, dunque assolutamente lontano dalla trasversalità del terzo settore, ma specchio invece di quella collaborazione tra Amministrazione e no profit che troppo spesso in Italia è gestito con poca attenzione, travasando molto spesso il know out delle prime nelle seconde, e non invece modellando (un po’ alla volta) le Amministrazioni in organismi di gestione di ispirazione no profit.

Un altro elemento eloquente di questa situazione è rappresentato dall’unico padiglione dato in gestione ad una cooperativa sociale, quello della Santa Sede, che attraverso il consorzio Farsi Prossimo ha dato lavoro a 115 dipendenti, assunti con formula di contratto di lavoro subordinato, di cui un terzo appartenenti alla legge 381/91 per i soggetti svantaggiati. Una decisione, questa, che dà l’idea di cosa si sarebbe potuto creare, in tema di sostenibilità al lavoro, se si avesse pensato ad una più decisa e numerosa presenza di cooperative sociali  da utilizzare per la gestione dei vari padiglioni e delle strutture ausiliari, e non soltanto, come è invece stato fatto, nell’impiego (a man bassa) di volontariato giovanile unicamente per la pubblicità e per la diffusione di materiale informativo.

L’appeal del terzo settore resta comunque, anche per l’Expo, un elemento da spendere per confezionarsi una internazionalità di ampio respiro. Non a caso quindi tutti gli interventi svolti in questa ottica, ovvero nella disposizione all’accoglienza sostenibile dei visitatori con disabilità o nel fornire materiale informativo anche in braille, sono stati e vengono sbandierati con grande enfasi. La pochezza internazionale nella gestione di questo aspetto sta invece proprio in questo errato piano di comunicazione (se di piano di comunicazione si può parlare) che rischia di divenire una strategia ad effetto boomerang. Nei saloni internazionali (anche quelli fieristici con cadenza annuale) tutto questo è assolutamente normale, quasi scontato, così come le rampe di accesso per le carrozzelle e la percentuale dei parcheggi riservati. Lo stesso discorso vale anche per quanto detto sopra, con un’attenzione tutta mediatica su quelli che sono alla fin dei conti tante belle parole, ma che tutto sommato, ci sembrano assai povere di sostanza nel reale apporto e interscambio tra profit e no profit. Indubbiamente si poteva, e forse si doveva fare molto di più sotto quest’ottica, anche e soprattutto tenendo conto del fatto che sebbene il terzo settore incida ormai sempre più sulle economie globali, conserva ancora la sua pregevole identità come “economia dal basso”, e quindi legata, in maniera quasi naturale, al concetto etico della sostenibilità. Concetto, questo, sul quale continuano ad essere versati fiumi d’inchiostro, ma che nella gestione dell’”affaire” Expo, come di qualsiasi strumento macro economico, rischia di risuonare soltanto come un bel canto delle sirene.

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