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strategia per un fundraiser social

Le strategie per un fundraising sul territorio

Fundraising sul proprio territorio. Molti progetti sociali che si impegnano a contrastare la marginalità e l’esclusione sociale cercano proprio “dal basso” i finanziamenti necessari per avviare e strutturare tali progetti. Ma quanto paga davvero, in termini di comunicazione una raccolta fondi impostata sul proprio territorio?

Le periferie sono arrivate ormai nei centri urbani. Non si tratta di periferie geografiche, ma sociali. A quest’emergenza  molte associazioni no profit rispondono con laboratori, punti di incontro e avviamento professionale rivolto proprio alla parte della popolazione che incontra maggiori difficoltà, vissuti quotidiani fatti di precarietà lavorativa, isolamento, fragilità sociale. Ai progetti sociali per bambini, si sono via via affiancati anche nuovi laboratori, rivolti stavolta anche a gli adulti. I percorsi di micro-imprenditorialità o le attività per il reinserimento lavorativo si sono rivelate attività capaci soprattutto di riattivare un piano di relazione sociale sul territorio, riuscendo così a divenire, prima ancora che effettivi centri professionalizzanti, luoghi di aggregazione, condivisione e comunione. Un risultato che premia in pieno il fine ultimo dei progetti sociali territoriali, che cercano proprio di ricostruire una rete sociale “porta a porta”, rimettendo in comunicazione persone che vivono una stessa quotidianità, che fanno la spesa nello stesso alimentari del quartiere, che vanno dallo stesso barbiere e così via.

Le difficoltà che queste associazioni no profit incontrano nel reperire i finanziamenti necessari all’attuazione di questi progetti però sono enormi, benché spesso si tratta di qualche centinaio di euro, o al massimo di qualche migliaio. Sulle piattaforme di fundraising si incontrano così sempre più spesso progetti destinati al territorio, ad un rione preciso, insomma ad un targhet non più fatto da un profilo specifico, ma determinato da un luogo. Questo cambiamento di prospettiva fa sorgere immediatamente una domanda, ovvero se una raccolta fondi su una piattaforma per fundraising legata ad un progetto territoriale, può avere senso. A prima vista infatti la stragrande maggioranza di questi progetti non raggiungono nemmeno il 20% del budget richiesto in partenza (mediamente tra 800 e 2000 euro), contribuendo, semmai, anche ad una cattiva pubblicità (una sorta di effetto boomerang, forzando un po’ il concetto). Indubbiamente in molti di questi casi è il piano di comunicazione che non ha funzionato, ovvero non è stato dato il “link” (a voce, o in altro modo) alle persone che maggiormente possono essere spinte a fare una donazione, ovvero la parte benestante dello stesso territorio. La comunicazione con queste persone non è semplice, perché spesso non vivono gli stessi luoghi, pur vivendo nello stesso posto.

Sembra un teorema dell’assurdo, ma non lo è. In realtà una piattaforma web funziona molto bene se può lavorare con numeri assoluti, ma si rivela terribilmente scarsa quando deve invece orientarsi su uno specifico, e questo per due ragioni. Innanzitutto perché la diffusione sui canali territoriali non è ancora ritenuta affidabile dai più (più che il giornale di paese si preferiscono le pagine dei grandi mass media anche per i fatti del proprio paesello), e inoltre perché l’offerta è sterminata e quindi è molto difficile che ci sia una omologazione territoriale per i canali di informazione.

Tutto questo però è stato superato con l’avvento del web 2.0. I social media hanno infatti allargato, ma nello stesso tempo anche scavato, i crateri territoriali dell’informazione. La loro logica di diffusione, per intersezione di cerchie, infatti prevede che lì dove ci siano maggiori intersezioni, dunque tra il numero maggiore di amicizie, si moltiplicano il riverberi dell’informazione, amplificandosi e creando così una “nicchia” che può essere facilmente condivisa, creando così canali omologati di informazione condivisa.

Ecco perché qualsiasi piano di comunicazione legato ad una raccolta fondi che riguarda un territorio non può mai essere disgiunta da una strategia di comunicazione sui social network, e questo proprio perché altrimenti la goccia cadrebbe nell’infinito mare del web e risulterebbe persa. Una campagna social invece ci permetterà di raccogliere quella stessa goccia in un secchio, e non nel mare aperto, permettendoci così di poter raggiungere più facilmente il risultato. Ecco come un piano di comunicazione specifico (una raccolta fondi web) deve essere legato ad una strategia di comunicazione altrettanto specifica (la pubblicizzazione del fundraising sui social network), che sappia incontrare non solo il proprio targhet, ma anche gli stakeholders appropriati.

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