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osservatorio sulle imprese del terzo settore

Osservatorio sulle imprese sociali

La capacità di “stare sul mercato” delle imprese sociali in momenti di crisi prolungata come l’attuale stato sociale impone, si misura sulla diretta capacità di resistenza delle imprese del terzo settore.  Uno studio di Isnet permette di monitorarne il fenomeno.

Poca crescita ma grande resistenza. In questa breve espressione si può riassumere il report condotto dall’Osservatorio Isnet sulle imprese sociali in Italia. Lo studio ha coinvolto circa 500 associazioni no profit e cooperative sociali con un questionario nel quale si profila una proiezione per il 2015; si tratta quindi di una proiezione e non di dati acquisiti, ma il ritratto che ne è conseguito delinea molto bene lo stato delle imprese del terzo settore in questa particolare fase con da un lato una crisi che non sembra cedere e dall’altro le grandi prospettive di una riforma che potrebbe migliorare sostanzialmente le cose.

Il primo dato che balza agli occhi è la maggiore capacità di resistere all’urto della crisi di mercato da parte delle cooperative sociali onlus le quali, oltre a risentire meno delle difficoltà generali, reagiscono molto bene sul piano occupazionale incrementando addirittura il dato. Il personale retribuito infatti è cresciuto per il 25% delle cooperative mentre per il 57% è rimasto invariato. L’andamento complessivo stimato per il 2015 per le cooperative sociali intervistate segna un ottimo 26,7% in crescita, mentre quelle che hanno dichiarato di prevedere di finire l’anno in difficoltà sono il 24,3%. Diverso invece il discorso per le imprese sociali che si dichiarano in difficoltà nel 38% delle interviste (quelle in crescita sono solo il 21%), e una su quattro prevede di ridurre il personale retribuito entro la fine del 2015.

Le differenze di “orientamento” tra imprese sociali e cooperative sociali si riflette anche sull’attenzione per la riforma del terzo settore; per le imprese sociali la priorità dovrebbe essere l’attuazione di misure economiche, con agevolazioni fiscali e attuazione del fondo rotativo, mentre per le cooperative sociali il principale auspicio ricade sull’estensione delle categorie di lavoratori svantaggiati in linea con la normativa europea;  questo permetterebbe infatti a molte cooperative di divenire cooperative sociali di tipo b, con enormi vantaggi fiscali.

Risulta quindi evidente che la possibilità di fronteggiare la crisi dipende innanzitutto da una questione di grandezza; le cooperative sociali, notoriamente più strutturate rispetto alle imprese sociali, riescono ancora a tenere bene l’urto della crisi e questo si traduce direttamente nella considerazione che hanno le imprese del terzo settore su di se: soltanto il 14% di esse si sente molto competitiva, mentre nel 85,6% dei casi la sensazione è quella di non essere competitive. Il valore medio occupazionale per le imprese che si sono dichiarate fortemente competitive supera i 100 dipendenti (106) mentre si arresta a 43 per coloro che si definiscono poco competitivi. A fronte di questa differenza però non si riscontra un’altrettanta disparità negli indicatori di impatto sociale, che registra un 68,8% per le imprese che si sentono competitive, ed un 64,7% per quelle che si sentono poco competitive, segno dunque che la percezione della propria capacità sociale è legata più alla dimensione della struttura che al reale impatto sociale.

In conclusione si può quindi affermare che l’Osservatorio Isnet conferma l’ottima capacità da parte delle imprese del terzo settore di strare sui mercati anche in un momento di forte contrazione economica, pubblica e privata. Le cooperative sociali sembrano poter ancora contenere i propri bilanci grazie alla loro struttura cooperativa, inoltre le aziende che nel 2014 avevano segnato una crescita sembrano continuare questo iter anche per il 2015, confermando una discreta stabilità di tutto il comparto del terzo settore.  Per le imprese sociali invece occorre riflettere sulla possibilità di operare un maggior coinvolgimento tra soci, lavoratori e comunità locali, come rivela la scarsa considerazione del proprio operato pur a fronte di un ottimo indice di impatto sociale, segno dunque che la percezione del proprio lavoro è troppo spesso offuscata dalle inevitabili carenze finanziarie delle realtà associative più piccole.

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