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associazioni no profit e social media

Associazioni no profit e fundraising tools (parte II)

Quasi un milione di “like” per la pagina Facebook di Emergency; verso il mezzo milione le altre associazioni umanitarie di primo piano. Sulla base di questi esempi quasi tutte le associazioni no profit sono oggi presenti sui social media, ma troppo spesso senza una reale strategia di comunicazione.

Da quando Facebook ha permesso di inserire il tasto per la donazione diretta sulle pagine delle associazioni no profit, il pensiero che fosse arrivato il momento decisivo per voltare pagina per la propria associazione e per l’intero terzo settore è venuto a molti. La fragilità del nostro sistema è in fondo riconoscibile anche da questi dettagli, da questa ansia tecnologica che, a torto, si crede che possa risolvere “automaticamente” molte delle nostre problematiche.

Indubbiamente i fundraising tools (gli strumenti per la raccolta fondi) permettono di poter costruire e pianificare un’associazione no profit, anche la più piccola e sperduta, con prospettive che prima d’ora erano inimmaginabili. La possibilità di accedere ad un pubblico vasto, indipendentemente dalla propria ubicazione, permette di ideare progetti sociali innovativi, senza per forza doversi regolare alla realtà dei fatti.

Anzi, l’innovazione sociale rappresenta una prerogativa indispensabile per poter emergere da un calderone di proposte che rischia di appiattire ogni cosa, anche le più urgenti. Ecco che allora i due errori nei quali non bisogna assolutamente ricadere sono proprio quelli di pensare agli strumenti social come la soluzione di ogni possibile problema economico e, nello stesso tempo, di pensare che per avviare tale “macchina” serva soltanto un pc portatile e poco più.

Bisogna dirlo da subito; gli strumenti social portano via tanto tempo e, specialmente all’inizio, senza alcun riscontro concreto. Manipolare la materia liquida e impalpabile del linguaggio e della comunicazione dei Social non è uno scherzo e la possibilità di fare autogoal è altissima (basti pensare ad alcuni esempi nella politica, anche americana).

Spesso si comincia senza neppure avere ben chiaro quale sia il proprio obbiettivo, trincerandosi  semplicemente in uno “stare sulla piazza” che non vuol dire proprio nulla. Ogni azione ed ogni intervento di una no profit deve essere mosso da una profonda convinzione in una mission e questo vale anche per una scelta di questo tipo. La strategia di comunicazione diviene un elemento indispensabile per pianificare un percorso che dovrà portare ad un obbiettivo preciso, di crescita.

Si può impostare la propria presenza sui Social in due modi differenti (in linea generale); utilizzando il proprio spazio operativo come “bacheca”, o come “motore”. Nel primo caso avremo l’esigenza di riportare l’operato dell’associazione, nel secondo ci proporremo invece di provocare azioni e reazioni (verbali e non) al fine di sensibilizzare il maggior numero di persone.

I due esempi per queste due macro-aree sono le associazioni umanitarie di Emergency e Greenpeace; basta scorrere i loro profili per notare la differenza enorme che separa questi due approcci ai mezzi Social, ma che rivelano entrambi la presenza di una vero e proprio piano di comunicazione.

Individuare una scelta strategica è il primo passo per cercare un rapporto con un pubblico di riferimento, con un bacino di potenziali donatori. Il passo della donazione (il clik sul famoso tasto “fai una donazione”) non è che l’ultimo passaggio tra l’associazione e i propri sostenitori e non può essere immaginato come un commercio istantaneo di tipo compro/vendo. Si tratta invece di un rapporto, e per costruire e mantenere i rapporti occorre molta fatica. Questa fatica è il Lavoro del Social Media Strategist di cui ciascuna associazione no profit dovrebbe dotarsi, o formandola al suo interno o rivolgendosi a professionisti esterni.

L’operazione di fundraising allora, non diviene più una caccia al donatore, ma il naturale e consequenziale sviluppo di un rapporto di vicinanza tra associazione e sostenitore, esattamente come accade per una raccolta fondi, ma con il pregio di poter vantare numeri potenziali ben più grandi.

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