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Le opportunità del fundraising |Parte seconda

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Affrontare una compagna di raccolta fondi non è uno scherzo. E non lo è ancor di più oggi, dal momento che il fundraising sta cominciando ad avere una certa importanza anche nelle realtà nostrane del terzo settore.

 

Creare e gestire una campagna di fundraising è come condurre una partita a scacchi. È necessario l’intervento di ciascuno ma alla fine è importante che la partita sia giocata da uno solo. Il fundraiser è la figura chiave dell’economia no profit.

La figura di chi si occupa della raccolta fondi in un associazione no profit non è sempre chiaramente delineata. Spesso le campagne di fundraising sono lanciate senza un’attenta pianificazione e finiscono per essere sottostimate. Per farle rendere al meglio occorre creare all’interno della propria struttura una figura che sappia progettare e pianificare le mosse giuste da fare.

La scena la conosciamo tutti. Riuniti intorno al tavolo, i soci dell’associazione rilevano un bisogno, quindi una domanda, ed elaborano un progetto sociale per risolvere il problema. Poi, ci si accorge che mancano i fondi necessari. A questo punto si stabilisce una nuova riunione per pianificare una raccolta fondi.  Ciascuno porterà la sua idea, e alla fine si deciderà più sull’intuito che su una reale considerazione, più su “quello che è possibile fare” che su “quello che occorre fare”.

La figura del fundraiser in Italia è ancora una figura poco chiara, soprattutto nella stragrande maggioranza delle associazioni no profit. Qualcuno la ha definita, non a torto, come un jolly. Il suo ruolo, definito dalla originaria paternità di un’idea,  finisce troppo spesso per essere di mero recupero di passaggi tra loro slegati, tra la raccolta del lavoro dei grafici e quello organizzativo per creare l’evento stesso. Tutto questo si traduce sempre più spesso in un grande sforzo da parte dell’organizzazione mal ripagato da un’entrata al di sotto delle aspettative. Altre volte si sottolinea a torto, il magro “bottino” senza tener debitamente in conto i rapporti di partnership e di cooperazione sociale avviati con la medesima campagna. Altre volte, purtroppo molto spesso, si passa molto tempo dietro alla realizzazione dei materiali “di costo”, come gli stampati o la preparazione dell’evento, e ci si riduce a pochi giorni per dedicarsi al lancio sui social. Con esiti disastrosi.

Affrontare una compagna di raccolta fondi non è uno scherzo. E non lo è ancor di più oggi, dal momento che il fundraising sta cominciando ad avere una certa importanza anche nelle realtà nostrane del terzo settore. Si sta cominciano a diffondere un meccanismo di riconoscibilità tra associazioni e campagne di raccolta fondi. Come se le persone cominciassero a vedere le realtà delle imprese sociali soltanto in presenza di eventi dedicati al finanziamento, in un meccanismo che rispecchia un atteggiamento psicologico ancora legato al profit. Ma questo non deve essere visto come un limite, ma come un’ulteriore molla sulla quale far scattare le strategie di comunicazione. Ecco perché la figura che deve occuparsi di una raccolta fondi non deve essere soltanto un buon economista, ma anche un ottimo conoscitore della comunicazione, e valutare i risultati della campagna su parametri molto diversi.

Di sicuro, se una raccolta fondi non raggiunge la quota minima prefissata per un determinato scopo, può e deve dirsi fallita. Ma è anche vero che una raccolta fondi, se ben progettata e sostenuta da un valido piano di comunicazione difficilmente non riuscirà a raggiungere l’obbiettivo, sempre entro limiti oggettivi, s’intende. Il motivo per cui nel terzo settore la figura professionale del fundraiser è sempre più ricercata è proprio perché comincia a imporsi nelle associazioni no profit una consapevolezza che prima non era così scontata. Di pari passo, sono sempre più numerosi i master e i corsi dedicati a questa figura (tra i vari, segnaliamo quello del prossimo 30 settembre nel quale si può aderire all’incontro on-line con NP & Coop, il Master in Management delle Imprese Sociali e No profit dell’Università di SDA Bocconi), corsi perlopiù incentrati sull’aspetto amministrativo ed economico e forse ancor poco su gli aspetti prettamente progettuali.

Ed è proprio questo il tratto essenziale della figura professionale di chi si occupa della raccolta fondi. La capacità di avere una visione d’insieme, ovvero un Project management che nelle imprese sociali diviene centrale rispetto a tutta la pianificazione stagionale. La campagna di fundraising insomma diviene essa stessa un progetto sociale in quanto permette di offrire una visibilità a quelli che sono i bisogni sociali di un territorio, mette in luce una bisogno che altrimenti resterebbe di conoscenza per i soli diretti interessati.

Il fundraiser deve quindi indubbiamente possedere un’impalcatura professionale ben salda su quelli che sono i principi del management, della comunicazione e del campaigning, avvalendosi di strumenti come quelli della consulenza marketing per il non profit, o della normativa della raccolta fondi onlus, ma tenendo sempre ben presente quello che è l’obbiettivo centrale della campagna. Saper farsi inspirare senza esserne influenzati. Si tratta di una partita a scacchi nella quale ciascuno, all’interno dell’associazione, può e deve dare il proprio contributo, ma che alla fine soltanto uno deve poter giocare.

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