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Figure professionali richieste dal no profit

La ricerca delle figure professionali rappresenta uno degli elementi fondamentali per comprendere l’orientamento del terzo settore. Pur seguendo le linee generali del mercato del lavoro, il no profit sorprende per la ricerca di categorie altrimenti completamente tagliate fuori; come ad esempio quelle intellettuali.

La recente ricerca condotta dall’Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione delle politiche sociali e del lavoro (Isfol) compiuta per conto del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ha coinvolto un campione di oltre 3.000 aziende del terzo settore con una trasversalità totale; si tratta infatti di associazioni no profit da 1 a oltre 100 dipendenti, fornendo così un dato interessante sulla richiesta delle figure professionali proprio in base alla dimensione delle imprese sociali.

La ricerca, denominata “Audit sui fabbisogni professionali delle imprese no profit”  mette in luce la grande spinta verso l’innovazione sociale da parte delle no profit più strutturate (con oltre 50 dipendenti) e le esigenze di aggiornamento per figure sociali molto più marginali nel mercato del lavoro “for profit”: le professioni intellettuali. È proprio la richiesta di skill esclusive delle professioni quali quelle dei sociologi, degli assistenti sociali, degli psicologi, degli educatori e degli assistenti sociali che permette di osservare una forte richiesta verso una categoria altrimenti poco corteggiata dalle imprese private. Le percentuali dimostrano inoltre una particolare attenzione verso queste professioni soprattutto per le imprese no profit con meno di 20 dipendenti, mentre per quelle con maggior numero restano prioritarie le figure professionali esecutive nel lavoro d’ufficio.

Un’altra indicazione importante resta quella geografica. Mentre al nord e al sud si osserva una concordanza delle indicazioni percentuali, le aziende no profit del centro sembrano orientate mano alla ricerca di figure professionali e molto più verso quelle tecniche, così come salta all’occhio la richiesta delle figure professionali qualificate nei settori commerciali e nei servizi tra le regioni settentrionali del nordest (appena il 15%) ed il nordovest (superiore al 35%).

Le qualifiche maggiormente richieste aiutano inoltre a comprendere quali sono oggi le competenze richieste nel no profit; tra le professioni esecutive del lavoro d’ufficio la conoscenza informatica e elettronica (67%) supera, seppur di poco, le competenze di economia, contabilità e gestione d’impresa; un sorpasso oggi più che comprensibile, ma epocale, visto che il problema maggiore per le cooperative sociali sino a pochi anni fa era quasi esclusivamente quello amministrativo. Tra le professioni intellettuali svetta su tutte la richiesta di figure atte all’istruzione ed alla formazione (72%) e anche la figura dello psicologo sembra essere una delle professioni maggiormente richieste dalle associazioni no profit, con un valore che sfiora il 60%, mentre in netto ribasso si ritrovano figure non più appetibili quali quelle designate all’insegnamento della lingua italiana (34,7%) e all’arte (29,1%).

Questa fotografia tuttavia potrebbe cambiare già nei prossimi anni, soprattutto per figure legate ad esempio all’inserimento della lingua italiana nelle politiche di accoglienza per i grandi spostamenti migratori europei a cui stiamo assistendo in questi mesi. La ricerca dell’Isfol è stata infatti pubblicata nel maggio scorso, e fotografa un terzo settore fortemente spinto verso le stratup, innovativo e con grande voglia di innovazione sociale. Da allora però l’orientamento dei servizi alle persone è cambiato, soprattutto per le associazioni di volontariato e per le no profit impegnate nell’assistenza alle persone, le quali, con le nuove politiche europee potrebbero finalmente trovare i finanziamenti per progetti sociali umanitari per l’inclusione.

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