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Quali skill per il no profit?

Dall’indagine Isfol sulle figure professionali richieste nel terzo settore emerge una domanda crescente per le figure professionali legate alla formazione, all’istruzione e alle nuove tecnologie. Ma quali sono davvero gli skill richiesti dal no profit per le principali risorse del personale?

Risoluzione, valutazione e comprensione. Ecco i principali skill richiesti dalle associazioni no profit emersi dall’indagine Isfol. Ma quali competenze si nascondono precisamente dietro questi indicatori? Per rispondere a questa domanda bisogna analizzare con attenzione i dati dell’indagine (che racchiudono le interviste di 3.000 associazioni no profit) e compararli con quelle che sono le nuove frontiere di impresa del terzo settore.

Cominciamo dalla risoluzione. La risoluzione di problemi complessi è ormai sempre più lo skill magister per qualsiasi settore di attività. Tuttavia nel caso delle imprese no profit questo elemento comporta una conoscenza ed una capacità addirittura superiore rispetto all’identico profilo richiesto per i settori produttivi. Risoluzione dei problemi in una no profit vuol dire praticamente incarnare personalmente l’impresa sociale tout court. La risoluzione di problemi complessi richiede una spiccata dote di analisi, analizzare bisogni e creare progetti sociali ad hoc, individuare gli strumenti strategici, definire protocolli di sistema e adoperare una flessibilità di progettazione che sappia far fronte ai problemi imprevisti, problemi che nelle associazioni no profit non sono imprevisti ma sono ordinari, nel senso che sono all’ordine del giorno…

È dunque chiaro che anche la valutazione appare come uno degli skill necessari per un’impresa sociale, sia essa grande e strutturata che piccola. La valutazione deve comprendere lo studio di tutte le componenti che determinano una soluzione, il che in genere si traduce con una scelta. Valutare i costi e i benefici di un progetto, la compatibile fattibilità con la propria struttura e con le proprie risorse umane. Proprio la valutazione delle Risorse Umane rientra pienamente in questo skill ed è fortemente richiesto per i project management nelle imprese sociali. Altro elemento decisivo per completare la formazione della figura professionale fortemente richiesta dalle no profit (65%) è la capacità di operare valutazioni relative all’adattabilità, ovvero operare quelle azioni necessarie per correggere e migliorare le attività di esercizio al fine di renderle sempre più vicine a gli obbiettivi prefissati e alla mission dell’associazione.

Infine, la comprensione. Questo rappresenta davvero uno skill tutt’altro che abituale, eppure è quello maggiormente richiesto. Il motivo di questa apparente incongruità sta nella vasta duttilità con il quale questo termine viene impiegato tra gli skill. Il termine può essere declinato sotto due macro aspetti; quello della gestione, e quello dell’apprendimento. Nel primo caso questa abilità si rifà principalmente alle figure professionali che utilizzano la comprensione come strumento tecnico del loro operato; psicologi, assistenti sociali, professioni sanitarie infermieristiche ecc. Nel secondo caso invece si intende la capacità di apprendere lungo il percorso, utilizzando il termine in maniera aderente con la sua etimologia; com-prensione. L’apprendimento delle diverse variabili, sia sociali che contingenti, rappresenta un elemento decisivo nella crescita, tanto in un individuo quanto in una associazione no profit, e può essere associata a qualsiasi figura professionale. Ad esempio nella raccolta fondi. La comprensione degli elementi che hanno fatto si che una campagna di crowdfunding stia procedendo secondo quanto pianificato, richiama direttamente questo skill, sia inteso come “gestione” sia come “apprendimento”. La campagna successiva infatti dovrà tener conto di quanto si è appreso con l’esperienza pregressa, e in base a questa esperienza (dunque apprendimento) costruire una valutazione per migliorare il progetto della raccolta fondi successiva.

Come è facile intuire queste “abilità” fortemente richieste dalle imprese del terzo settore girano tutte intorno ad uno stesso perno: “costruire”. Non è questo uno skill, ma rende bene l’idea di cosa viene chiesto oggi ad una figura professionale che si avvicina al no profit, un settore in espansione tra innovazione sociale e imprenditoria, ancora carico di molte incognite, soprattutto sul lato istituzionale, ma anche con una buona reputazione e riconoscibilità nell’economia del paese guadagnata sul campo.

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