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La rete sociale dell’arte come piano di comunicazione no profit

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È in corso a Napoli, fino a domenica, il IV festival internazionale di arti performative e interventi trasversali AltoFest, il cui scopo è di dare luogo ad una riqualificazione umana/urbana. È interessante seguire l’evoluzione e la capacità organizzativa di festival come questo soprattutto per comprendere la natura trasversale del terzo settore, e la sua intrinseca capacità di creare una rete sociale che metta in comunicazione tra loro realtà molto diverse.

 

Il terzo settore non è solo costituito da sussidiarietà e assistenza sociosanitaria, ma è intervento nel tessuto di un territorio con progetti sociali ad ampio raggio costituiti con una rete sociale attiva e pro-attiva. La cultura è uno degli elementi principali per incorporare e veicolare gli obbiettivi sociali del no profit.

È in corso a Napoli, fino a domenica, il IV festival internazionale di arti performative e interventi trasversali AltoFest, (http://www.teatringestazione.com/altofest2014/home/) promosso dall’associazione culturale Teatringestazione. Il festival si prefigge l’obiettivo di dare luogo ad una riqualificazione umana/urbana. È interessante seguire l’evoluzione e la capacità organizzativa di festival come questo soprattutto per comprendere la natura trasversale del terzo settore, e la sua intrinseca capacità di creare una rete sociale che metta in comunicazione tra loro realtà molto diverse.

TeatrInGestAzione nasce nel 2003 e da subito si impone sullo scenario nazionale ed internazionale per la sua capacità di creare esperienze artistiche perfettamente calate nel tessuto sociale. Tra i loro progetti sociali vi sono gli interventi di Teatro in carcere e nel manicomio criminale di Aversa, ma è soprattutto nei tessuti urbani che l’intervento di strategia di comunicazione tra arte e società viene a posizionarsi su aspetti molto interessanti per il no profit.

Ottimamente curato nell’organizzazione e nell’utilizzo delle piattaforme multimediali (con un sito perennemente aggiornato in tempo reale con immagini provenienti dalle varie location della manifestazione), AltoFest si dispone in luoghi lontani dalla fruizione culturale tout court, quali cantine, giardini, botteghe artigiane, autorimesse o corti di palazzi nei quali il pubblico viene letteralmente “ingoiato” dal festival. A questi luoghi strappati alla quotidianità si affiancano poi numerose associazioni culturali e Onlus che permettono una distribuzione capillare e integrata del progetto artistico esteso all’intera città.

Innovazione sociale dei linguaggi e sapersi costituire in una rete sociale. Ci sembra di vedere in questa ricetta tutti gli ingredienti tipici di una strategia di comunicazione del terzo settore, con un’organizzazione capillare di associazioni di volontariato che riesce a fare squadra intorno ad un obbiettivo preciso. Il piano di comunicazione riesce quindi proprio grazie all’articolazione di un messaggio, tradotto in differenti modalità ma con un focus preciso, che non rischia di essere perso per strada proprio perché costantemente integrato e alimentato dai mille canali (in questo caso tutta l’organizzazione della comunicazione live on-line)che lo realizzano.

Il risultato è che tutto il no profit napoletano, perlomeno quello del centro storico che è direttamente coinvolto, riesce a dare luogo ad un festival che finisce per fare da cassa di risonanza non soltanto sotto il profilo strettamente artistico, ma soprattutto sociale. Ed è proprio questo il focus, ridare luogo nel senso di sapersi ri-donare dei propri luoghi, dei propri bisogni. Sono temi sociali che non possono essere veicolati con interventi di urgenza, come quelli di cui si occupano proprio tutte le associazioni di assistenza nell’immediato, ma vanno veicolati con un linguaggio specifico, poetico, del quale soltanto l’arte può rendersi traduttrice.

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