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Se il terzo settore diventa il settore terziario

 

terzo settore

Sono in aumento i casi di cooperative sociali aperte esclusivamente per fornire prodotti legati ai servizi di call center. In molti casi il servizio però non è rivolto direttamente a fini sociali ma svolgono commesse per conto dei grandi operatori telefonici. Un’intricata impostazione legislativa che andrebbe risolta.

Innanzitutto bisogna dire che esistono casi virtuosi, che meriterebbero di essere presi a modello, come nel caso della cooperativa sociale Always On di Milano che in poco più di due anni ha quintuplicato i posti di lavoro per persone svantaggiate, chiudendo ogni bilancio annuale con attivi sempre maggiori. In questo modo il carattere della cooperativa sociale di tipo b è stato mantenuto in pieno, dotando sin dal principio le postazioni con apposite apparecchiature che hanno permesso l’utilizzo vantaggioso, quindi sociale, di personale svantaggiato. Ma sono sempre più numerosi i casi di cooperative sociali che in realtà di sociale hanno ben poco.

Il perno di tutto è il costo del lavoro. Per aggiudicarsi gli appalti delle grandi compagnie telefoniche che propongono prezzi ridotti, abbattere il costo del lavoratore diviene fondamentale. L’uovo di colombo è così stato trovato nella formula della cooperativa sociale che, in virtù della forma cooperativa dei dipendenti, che diventano così socio lavoratore della cooperativa sociale, permette di offrire paghe bassissime con “incentivi” di produzione. Le bacheche degli annunci di lavoro sono piene di offerte di questo tipo, non rivolte a lavoratori svantaggiati, con paghe che sono determinate dai risultati conseguiti, generalmente intorno ai trecento euro (part time) se si raggiungono un tot numero di contratti, in genere cinque o sei, senza i quali si rischia di aver lavorato senza retribuzione. Non intendiamo entrare qui nel merito delle logiche della contrattazione dei call center, ma vogliamo invece sollevare una questione puramente dialettica che tuttavia ci pare non debba essere presa alla leggera.

Ci chiediamo, qui, se l’utilizzo di questa pratica non possa alla fin fine danneggiare una parte delle imprese del terzo settore, più che aumentarne i numeri. Termini come “progetto sociale” o “no profit”, dovrebbero poter contraddistinguere immediatamente un ambito ben preciso, non di mercato del lavoro sotto retribuito, ma di un progetto, appunto, o comunque di una “missione” (o obbiettivo) che non può essere inteso come il raggiungimento di un determinato numero di contratti eseguiti di modo da poter arrivare all’agognato “incentivo”.  È indubbio che nello stato sociale attuale in Italia riuscire ad offrire un posto di lavoro è già di per sé un’operazione sociale, che incide sulla collettività con benefici tangibili, ma sarebbe opportuno capire e indicare allora quali sono i criteri di lavoro e della retribuzione.

La questione, da qualsiasi punto la si voglia vedere, è complessa. L’apparato legislativo da una parte e il mercato libero del lavoro dall’altra, rischiano però di “inquinare” un lessico che è uno dei maggiori punti di forza delle imprese sociali. Un lessico fatto di termini sempre più accattivanti per il mercato, che richiamano attenzione e pubblico, e che danno diritto a agevolazioni fiscali per le cooperative che fanno gola a qualsiasi progetto di imprenditorialità. Il rischio, però, è quello di ritrovarsi a confondere in un ipotetico domani il terzo settore con il settore terziario. Il linguaggio è il primo atto sociale, e va tutelato.

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