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Responsabilità e innovazione sociale delle imprese

Un primo bilancio dell’ultimo Salone per la Responsabilità Sociale e dell’innovazione sociale, conclusosi mercoledì scorso, rivela una buona partecipazione, ma ancora un ritardo nella cultura manageriale da parte delle aziende. Il ponte di dialogo tra profi e no profit, in Italia, sembra ancora lontano.

Ha coinvolto 111 organizzazioni e ha visto la partecipazione di oltre 4000 presenze in due giorni. Cifre incoraggianti, e che hanno confermato il coinvolgimento delle aziende nell’innovazione sociale e nell’impegno della responsabilità sociale. Tuttavia, ad un primo bilancio, molti addetti ai lavori lamentano ancora una scarsa capacità del comparto a “fare sistema”, ovvero a colmare quel gap (importante) che continua ad esserci tra le realtà italiane e quelle europee.  La responsabilità sociale non è considerata unicamente soltanto sotto il profilo etico, ma viene ormai colta anche nel suo potenziale valore economico. Su questo punto è necessario però un maggior coinvolgimento da parte delle aziende nelle imprese del terzo settore, le uniche davvero in grado di poter coniugare responsabilità con innovazione sociale.

Il Salone si pone soprattutto come appuntamento delle grandi aziende, aziende verso le quali spesso la sfiducia dei consumatori sull’impegno delle stesse nei temi della RS è molto basso, aggravato poi dalla risonanza di alcuni scandali (il recente caso Volkswagen, per esempio) non può che porre anche gli stakeholder in una posizione di diffidenza. È allora il caso di concentrarsi meglio su una strategia di comunicazione che possa riflettere meglio l’impegno delle grandi aziende nel campo della tutela ambientale e del rispetto sociale. Questo aspetto è “demandato” alla partecipazione dei gruppi industriali a associazioni no profit o fondazioni che, gestite in maniera diretta o indiretta, permettono di recuperare la fiducia dei consumatori con progetti sociali mirati e con forti investimenti nell’innovazione sociale.

Il ritorno di immagine di questi interventi si è rivelato molto forte, ma non basta. Occorre “però anche riuscire a parlare a mondi diversi” come afferma Fulvio Rossi, presidente di Csr Managger Network, soprattutto “nel rapporto integrato con cui ripensare la natura della comunicazione relativa ai bilanci e ai rapporti di sostenibilità”.

La sensazione è quella di assistere ad una stagione nella quale il terzo settore, dopo un buon inizio e un clima florido, si sia un po’ disgiunto da queste opportunità di rilancio, operando in alcuni casi soltanto “di rimessa”. Il piano di comunicazione della responsabilità sociale, soprattutto quello rivolto all’interno delle stesse aziende, deve passare da una fase propriamente “pubblicitaria” ad una più complessa e strutturata che preveda la trasmissione della cultura manageriale della responsabilità sociale sull’intera filiera, fornitori e stakeholders compresi. Insomma il no profit non deve più svolgere una funzione “parallela” alle imprese “for profit”, ma cominciare a ragionare in maniera integrata, attraverso project management etici per fare della responsabilità e dell’innovazione sociale una cultura pienamente acquisita.

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