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Un Paese di associazioni di volontariato

il report nazionale sulle associazioni di volontariato censite dal Centro servizi per il Volontariato conferma il trend di crescita ma individua anche i punti di fragilità di un sistema che opera sempre più in condizioni di isolamento, non creando rete sociale.

A Cascina Triluza, nell’ambito delle iniziative promosse per il no profit all’interno dell’Expò, è stato presentato il report nazionale sulle associazioni di volontariato che ha coinvolto oltre 44 mila organizzazioni. Si tratta di un lavoro di recupero di informazioni avviato un anno fa da CsV mediante la costituzione di un database nazionale sulla scorta delle varie banche dati dei CsV regionali stilato dal Coordinamento nazionale Csv e la Fondazione IBM Italia, capace adesso di offrire una fotografia più tosto ampia e complessa dell’intero volontariato all’interno del terzo settore italiano. Non è un caso, quindi, che i dati raccolti ricalchino quelli già emersi nel corso dell’ultimo censimento Istat sulle istituzioni no profit del 2011. Innanzitutto la conferma di crescita del comparto delle organizzazioni di volontariato dal 1980 al 2007 (e con un picco nel 1991 all’epoca della legge che istituì i Centri di Servizio), alla quale ha seguito una flessione negli ultimi 7 anni dove il numero di nuove organizzazioni è via via diminuito. Anche la distribuzione geografica delle associazioni di volontariato è quella già emersa nel rapporto Istat, con Lombardia, Lazio, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna a poter vantare nelle loro anagrafe delle Onlus la maggior presenza da parte delle organizzazioni di volontariato.

Il forte impianto territoriale però risulta essere alo stesso tempo sia una specifica del nostro volontariato, sia anche la sua stessa fragilità come sistema di rete sociale. Soltanto il 5% delle organizzazioni infatti dispone della struttura e della capacità operativa che vada al di là del proprio Comune come ambito di riferimento e si presenti sull’intero territorio nazionale e internazionale. La bassa presenza delle  organizzazioni umanitarie lascia dunque troppo spesso le associazioni di volontariato di dimensioni medio-piccole prive di punti di riferimento forti sui quali poter costruire una rete sociale di intervento più ampia.  E proprio sulla dimensione delle associazioni di volontariato censite dal report emerge che soltanto il 15% può contare su oltre 50 volontari, mentre il 50% opera con meno di 16 volontari. Anche sotto il profilo degli associati i numeri rivelano alla fine un mondo, quello del volontariato, che costruisce con piccoli mattoncini un grande impianto; una associazione di volontariato su due conta meno di 60 soci.

Come detto, quindi, il castello del volontariato italiano può vantare si numeri importanti, ma che sono il risultato di tanti piccoli mattoncini massi l’uno accanto all’altro e spesso con poca comunicazione e poca collaborazione tra loro stessi. Tutto questo fa si che una rete sociale nel volontariato di fatti non c’è, o perlomeno non ancora e questo rende il comparto estremamente fragile. Tuttavia, allo stesso tempo, la forte capillarità del volontariato italiano è da sempre stata uno dei punti di forza della sussidiarietà orizzontale del bel paese, struttura, questa, tramandata dall’associazionismo di matrice cristiana, addirittura parrocchiale, sulla quale poi le associazioni no profit e le cooperative sociali del terzo settore ne hanno con il tempo ricalcato la struttura. Oggi il 55% delle associazioni di volontariato si occupa di assistenza sociale e sanità, a cui seguono poi quelle sportive e ricreative. Insomma, il volontariato italiano, dove la rappresentanza legale femminile delle associazioni è appena del 33% (mentre il dato dei volontari vede una partecipazione femminile superiore a quella maschile)sembra ricalcare schemi e gerarchie che sono tutt’altro che innovativi, operando spesso con criteri di carità più tosto che con una vera coscienza sociale. Un’enorme esercito di donne e di uomini (i volontari) che opera con assoluta dedizione sino a non vederne, talvolta, anche la miopia delle scelte e la scarsa capacità organizzativa di chi vede il volontariato come occasione, come mercato e, purtroppo, anche come sfruttamento. Fare silenzio su tali casi nel timore di danneggiare il lavoro e l’impegno dei “giusti”, è l’inequivocabile segno di un settore che vede il volontariato ancora sotto il profilo caritatevole e, dunque, non possibile a divenire un sistema integrato del welfare, del proprio progetto sociale inteso come progetto di Paese.

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