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Se il giornalismo diventa innovazione sociale

Da ormai qualche anno si discute sul futuro del giornalismo in seno al no profit come possibilità di innovazione sociale. Alcuni esempi hanno già dimostrato nella gestione economica di una redazione complessa, l’efficacia e la validità di questo nuovo sistema di che può garantire maggiore imparzialità. E in Italia?

Sono ormai anni che si parla di crisi nel settore del giornalismo, specialmente in quello tradizionale legato ai periodici, alla Stampa. Alcuni esempi di innovazione sociale però dimostrano che il terzo settore potrebbe ridare nuova linfa a questo settore, recuperandolo alla sua originaria finalità.

Ciò che ha portato in crisi il settore della Stampa infatti, non è stato l’avvento della rete, come poteva sembrare inizialmente, ma il conseguente decadimento della qualità dei contenuti. La strategia di comunicazione dei grandi periodici si è preoccupata troppo del click baiting, ovvero nel confezionamento di contenuti destinati esclusivamente ad attirare il maggior numero di internauti.

In questo modo il project management delle redazioni ha snaturato i principi fondanti dello stesso giornalismo; approfondimento dell’informazione, inchieste, reportage. Tutto questo a favore di ricerche di mercato con le quali cercare di intuire semplicemente “quello che si vende”.

L’imprenditoria della Stampa si è trovata così in una morsa; da una parte il mercato e dall’altra il mantenimento di strutture complesse (redazioni e sistemi informazione) di altissimo costo.

Alcune esperienze degli ultimi anni stanno però dimostrando che il giornalismo può essere coniugato al no profit con ripercussioni di innovazione sociale che sono ormai sotto la lente flussi di informazione.

Il primo esempio viene da ProPublica, nata nel 2008 a New York, conta oggi tre redazioni e un’ottantina di giornalisti. La sua particolarità sta nell’aver intrapreso una strada completamente diversa per il giornalismo classico; quella dell’associazione no profit. ProPublica vende i propri articoli alle testate di tutto il mondo e in questo modo può permettersi il mantenimento della propria struttura redazionale.

Vincitori di tre Pulitzer in otto anni (il primo nella storia ad un articolo web), Propublica si avvale delle attività fundraising e di tutti i finanziamenti agevolati per una no profit per il proprio sostentamento, ma sta dimostrando anche che la sua economia, fatta di articoli di inchiesta approfonditi e imparziali, riesce a soddisfare il 75% delle sue uscite.

Un altro esempio di matrimonio tra giornalismo e no profit è nella Society of Environmental Journalist, nata un’organizzazione no profit che si occupa di giornalismo ambientale.  Organizzazione no profit attiva in 30 Paesi al mondo, riunisce più di 1.200 giornalisti che si occupano di natura e dei cambiamenti ambientali.

La nascita come associazione no profit, nel 1990, non fu dovuta alla possibilità di accedere a finanziamenti agevolati o alle attività di fundraising come invece nel caso di ProPublica, ma dall’esigenza di essere completamente estranea ai gruppi dei “poteri forti”, multinazionali e Cartelli del petrolio, ovvero proprio coloro contro i quali il suo giornalismo si rivolge. La necessità di avere imparzialità e di poter raccontare “tutta la storia” si pose dunque come requisito indispensabile per il suo approccio al giornalismo no profit.

In Italia i possibili sviluppi di un giornalismo del terzo settore passano soprattutto per i nuovi media, social e youtube. La complessa macchina della Stampa di casa nostra appare sotto questo punto di vista ancora fortemente in ritardo. Ma il blocco principale resta, a detta di molti addetti ai lavori, la presenza dell’Ordine, un organo che invece nella maggior parte degli altri Paesi europei non è previsto. E questo rende il passaggio dal giornalismo tradizionale ad uno fondato sul no profit ben più semplice.

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