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La raccolta fondi del corporate fundraising – I

Dando uno sguardo alle piattaforme che si occupano di fundraising sul web, emerge una mancanza che testimonia in maniera lampante l’arretratezza del terzo settore italiano in tema di raccolta fondi. Due gli aspetti principali; la scarsa attenzione ai contenuti e il completo tabù del corporate fundraising.

Cominciamo da questo secondo aspetto; il corporate fundraising di casa nostra praticamente è inesistente. Il motivo di questa zona grigia nel bacino della raccolta fondi per le associazioni no profit è da ricercare in molteplici aspetti; la crisi dell’industria, la crisi finanziaria, le difficoltà, da parte delle aziende, di recuperare un avanzo che possa essere distribuito a fini sociali e non ultimo la scarsa attenzione proprio per quelli che sono i progetti sociali in generale. Ma soprattutto l’incapacità da parte delle organizzazioni no profit di avere una visione ampliata del mercato all’interno del no profit stesso, insomma l’inadeguatezza del terzo settore italiano a pensare la raccolta fondi sotto l’aspetto di un “mercato”, seppur tra virgolette, che spesso è più ricco di quanto ci si immagini.

Una consulenza marketing per il no profit in questi casi potrebbe aiutare molte associazioni a stilare business plan per il terzo settore capaci di realizzare i progetti che troppo spesso, per mancanza di fondi, sono destinati a rimanere chiusi in un cassetto. Gli strumenti di finanza delle associazioni no profit spesso si limitano a visioni di sussistenza che a mala pena, nella migliore delle ipotesi, riescono a far quadrare i conti a fine mese. A farne le spese, gioco di parole a parte, ne è la programmazione, ovvero la possibilità di avviare percorsi progettuali più ampi che necessitano di tempo, di fasi di programmazione e quindi di risorse. La raccolta fondi intesa come crowfonding mirato ad un singolo progetto, sia esso di ampliamento delle strutture o relativo ad una particolare incombenza sociale, sono chiuse nella realizzazione di progetti fortemente centrati, vincolati ad una temporalità che difficilmente può superare i 60 giorni, altrimenti si uscirebbe fuori dalle stesse propedeuticità di tali campagne di finanziamento.

Quello che manca completamente a buona parte delle organizzazioni no profit è la capacità di vedere le proprie ricchezze, ovvero l’impatto sociale che l’associazione ha in un determinato territorio, in un determinato ambiente. Insomma la propria visibilità. Ed è proprio sulla visibilità che le organizzazioni no profit devono poter (e saper) giocare le proprie carte nel corporate fundraising, proponendosi alle aziende e al mercato “for profit” forti di possedere una marcia in più rispetto ad una semplice agenzia pubblicitaria. Non che la ragione d’essere della propria associazione debba cambiare, utilizzando magari la sua mission sociale come grimaldello o come cavallo di Troia per entrare in un ambito pubblicitario, ma individuare quelli che possono essere alcuni punti strategici per far si che una azienda possa essere interessata a “comparire” accanto alla vostra associazione, per affinità territoriale o per proporre nuovi target, quando i vecchi sono ormai saturi.

In termini di agevolazioni fiscali il piano legislativo è molto favorevole a questo tipo di partecipazione tra aziende e associazioni no profit, spesso però questi vantaggi sono conosciuti più dai ragionieri del privato che dalle stesse imprese del terzo settore; un atteggiamento a dir poco ingenuo per chi dovrebbe prendere in mano la propria associazione, piccola o grande che sia, e gestirla con la vocazione (o almeno l’ambizione) del project management nelle imprese sociali.

Ma cosa proporre, e soprattutto come porsi dinanzi ad un’azienda?

(continua…)

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