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Le startup a vocazione sociale, oggi

 

startup vocazione sociale

L’innovazione sociale nel terzo settore resta la testa d’ariete per tutte le start up presenti nel Registro, con investimenti anche importanti, ma ciò che ancora non riesce a trovare una propria dimensione è proprio la vocazione sociale.

 

Ancora non decollano le start up a vocazione sociale, come invece auspicato all’inizio di questo anno anche con finanziamenti per progetti sociali appositamente dedicati. Segno di un’imprenditoria sonnolenta o di difficoltà strutturali legate allo stato sociale attuale in Italia?

Sono ormai due anni da quando la legge 221/2012 ha introdotto le start up innovative a vocazione sociale, e dopo un inizio tutt’altro che promettente si attendeva per il 2014 un rilancio di questa forma imprenditoriale nel terzo settore per promuovere e rilanciare l’innovazione e il lavoro. Stando ai dati raccolti da uno studio a cura del politecnico di Milano (con dati sino al 30 giugno) questo rilancio ancora non si è visto. Eppure, analizzando i dati in maniera più dettagliata, questa tipologia di impresa, dove applicata, sembrerebbe funzionare.

Le start up possono essere strutturate come Srl, Spa, SApA e cooperative, e avrebbero dovuto prendere lentamente il posto delle organizzazioni no profit, legando l’innovazione alla vocazione sociale, con agevolazioni fiscali dedicate a chi investe nelle start up, che arriva sino al 25% della somma investita da detrarre delle imposte sul reddito. Come dire, tre quarti li metti tu, un quarto lo mette lo Stato.

Eppure, tra le 2.254 start up innovative presenti nel Registro (al 30 giugno) soltanto 71 sono “a vocazione sociale”, sottolineando in maniera netta una carenza sotto questo profilo imprenditoriale. L’innovazione sociale nel terzo settore resta la testa d’ariete per tutte le start up presenti nel Registro, con investimenti anche importanti, ma ciò che ancora non riesce a trovare una propria dimensione è proprio la vocazione sociale. Non è un caso, infatti, che tra le 71 imprese prese in esame ben 22 sono nel campo editoriale, che non è propriamente un settore diretto per l’attuazione di progetti sociali.

La maggioranza delle startup si qualifica come Srl, ma sono discretamente presenti anche le cooperative sociali, alle quali, almeno inizialmente, le startup erano prevalentemente dedicate. Il capitale sociale medio è di 13.090,54 euro con un valore di produzione di 46 mila euro (l’utile netto è di 11 mila euro). IInoltre va ancora riportato che il 67% delle startup a vocazione sociale ha meno di tre soci.

La distribuzione geografica è però il vero tassello indispensabile per comprendere le cause di una partenza a rallentatore di questo comparto del terzo settore. Oltre la metà delle startup a vocazione sociale sono ubicate in tre sole regioni, Lombardia, Lazio e Toscana, con la prima che detiene, da sola, più di un quarto delle iniziative nazionali. Indubbiamente le agevolazioni fiscali rappresentano un elemento indispensabile ma tendenzialmente finiscono per agevolare soluzioni di copertura già strutturate, insomma finiscono per portare finanziamenti lì dove già ci sono dei capitali.

Sembra emergere, insomma, che il comparto delle startup a vocazione sociale sia ancora ai nastri di partenza, pur possedendo ottime credenziali, come dimostrano i bilanci annuali delle 37 società che hanno fornito i propri bilanci. Tuttavia in questa fase economica la detassazione delle imposte come agevolazione fiscale sembrerebbe non essere abbastanza per far partire i progetti sociali anche nelle aree più svantaggiate economicamente, e quindi per paradosso, più bisognose di strumenti di sussidio che sappiano affiancare il carente welfare. Le stesse startup del resto non dimostrano di avere troppa vocazione sociale per adesso, dal momento che si pongono più come progetti imprenditoriali tout court piuttosto che come progetti sociali.

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