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Il dibattito tedesco sul terzo settore | Parte I  

Fundraiser-terzo settore

Nel terzo settore è partita una vera e propria caccia ai guru del fundraising, spesso sottratti direttamente da realtà completamente diverse, assolutamente pro profit.

Come in Italia, anche all’estero il settore del no profit sta vivendo una florida fase di cambiamento. La professionalità sempre maggiore delle figure principali di un’organizzazione viene sempre più vista come un necessità per riuscire a calibrarsi al meglio in un mercato in espansione. In Germania, un’interessante dibattito su quale sia il compenso giusto per i nuovi manager al servizio delle associazioni di volontariato.

È giusto predisporre la guida di un’associazione di volontariato che opera nel sociale ad un manager con un alto compenso? Quanto può arrivare a guadagnare una di queste figure professionali altamente specializzate, senza incorrere in un corto circuito di senso tra l’impresa sociale e il singolo stipendio? Sono questi alcuni quesiti che cominciano a porsi le realtà europee dove il terzo settore è già strutturalmente indirizzato verso un vero e proprio settore strutturale al sistema Paese.

La sempre maggior carenza delle risorse finanziarie e dei finanziamenti per progetti sociali umanitari ha avviato man mano una rivoluzione all’interno del no profit proprio dal suo strumento di sostentamento; la raccolta fondi. Figure professionali come quella del fundraiser, quindi, si sono trovate ad essere immediatamente ricercate da un settore che fino a pochi anni fa li ignorava completamente, e questo proprio perché dipendeva principalmente dalle donazioni di fondazioni o dai fondi europei. L’esigenza di reperire i finanziamenti direttamente tra i cittadini ha fatto si che il ruolo manageriale del responsabile della raccolta fondi di un’organizzazione no profit diventasse in breve tempo la figura centrale dell’intera organizzazione.

Nel terzo settore è quindi partita una vera e propria caccia ai guru del fundraising, spesso sottratti direttamente da realtà completamente diverse, assolutamente pro profit. Le grandi associazioni umanitarie, presenti in molti paesi, hanno fatto da apripista, ma via via anche associazioni di dimensioni minori sono dovute ricorrere a figure professionali top. Con il loro bagaglio di esperienza e di capacità organizzativa, i nuovi manager della raccolta fondi hanno però importato nel terzo settore anche le loro buste paga, spesso non proprio in linea con i principi di un impresa senza scopo di lucro. Si è aperta così una discussione, talvolta molto interessante, su quella che potrebbe essere definita come l’etica della retribuzione dei singoli top manager del no profit, e in un orizzonte più ampio, della spesa di amministrazione delle onlus in generale.

 

 

 

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