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L’exploit della pet terapy nel terzo settore

Nel terzo settore la pet terapy si diffonde sempre più come una valida pratica di assistenza e non sono poche ormai le cooperative sociali di assistenza sanitaria integrativa ad avvalersi dei cani di assistenza per offrire pratiche sanitarie alternative e ugualmente professionali.

Anche nei recenti fatti di Parigi gli amici a quattro zampe hanno dato il loro inappagabile contributo, richiamando ancora l’attenzione di mass media e dell’opinione pubblica sul loro ruolo nella nostra società contemporanea. Anche nel terzo settore si evince questa tendenza con l’incremento degli ultimi anni di associazioni onlus che si occupano di formare personale e cani di assistenza altamente specializzati per progetti sociali per bambini affetti da alcune sindromi inguaribili, come l’Hiv, Sla, il cancro o affetti da problemi neurologici come accade per le patologie di autismo.

Le cooperative di assistenza sanitaria integrativa si avvalgono poi proprio di queste associazioni offrendo quindi anche una logistica e contribuendo così al diffondersi di queste realtà all’interno di una rete sociale nel terzo settore. Nel corso del 2015 del resto, l’Italia ha fatto un grande passo in avanti in tale campo con l’approvazione dell’accordo Stato-Regioni con il quale, ad esempio, per la prima volta si è riconosciuto anche per il legislatore il ruolo del cane di assistenza. Le Regioni, inoltre, sono tenute a tenere un registro delle strutture che effettuano pet terapy la cui terapia dovrà essere prescritta da un medico. Si tratta indubbiamente di un raro caso in cui il legislatore precede addirittura, in taluni casi, la domanda stessa e indubbiamente l’offerta. Le strutture sanitarie non sono infatti organizzate con piani di intervento per la pet terapy e così, in questo campo aperto le imprese del terzo settore possono trovare un terreno fertile per le associazioni onlus che già da tempo operano in questa direzione. Oltre ad esse inoltre, altre ne stanno nascendo ora che il piano regolamentare sembra molto più chiaro e si possono anche avanzare investimenti di una certa identità.

In ogni Regione sarà attivo un centro di referenza istituito dal Ministero della Salute e chi intende sposare la causa della pet terapy dovrà sostenere corsi specifici con i quali si definisce il zoo terapeuta che sarà appunto chiamato a lavorare sulla terapia di scambio tra paziente e animale.

La pet terapy non può essere considerata una terapia a se stante, ma deve essere sempre affiancata da una terapia tradizionale. Il lavoro con gli animali infatti non si pone come cura del disturbo, ma permette di creare un terreno emozionale favorevole, da parte del paziente, sul quale poi la terapia tradizionale può massimizzare le proprie procedure.  L’animale (quasi sempre si tratta di un cane) si pone dunque come mediatore in un processo di relazione tra medico e paziente.

Le cooperative e le organizzazioni no profit che si occupano di pet terapy si dimostrano anche molto attente alla comunicazione, assicurando quasi sempre una buona presenza sul web e curando le pagine social. Spesso, bisogna riconoscerlo, il modo di presentarsi ripropone ancora il modello di comunicazione tipico delle aziende di assistenza sanitaria, ponendo poca attenzione ai concetti grafici o creando pagine scarsamente intuitive, ma si dimostrano vivaci e ricche di iniziative volte a farsi conoscere. Non è difficile, nelle grandi città come nei piccoli centri, imbattersi nei loro gazebo presenti nelle piazze la domenica mattina per promuovere una terapia ed un modo di intendere la cura che sembra molto più “umana” rispetto a tante altre terapie… “bestiali”.

Anche sotto il profilo della raccolta fondi le associazioni di pet terapy sono protagoniste assolute sulle piattaforme di crowdfunding riscuotendo il favore e la simpatia dei molti animalisti (e simili…) presenti sulla rete, oltre l’indubbio favore che riscontrano nel campo terapeutico di riferimento (esistono associazioni onlus di pet terapy specializzate in co-terapie con bambini autistici, altre specializzate con le pratiche di reinserimento sociale dei tossicodipendenti, e via discorrendo) tra i quali si sono guadagnate un’ottima reputazione. La tendenza è in questo caso molto interessante e racconta bene come questo settore sia tutt’altro che saturo; nonostante siano sempre diverse le campagne di raccolta fondi  per l i programmi di pet terapy, il loro esito è sempre favorevole con una percentuale delle campagne concluse ad obiettivo raggiunto, molto alta. Proprio questo giudizio pressoché unanime sembra assicurare a queste associazioni del terzo settore un roseo futuro, nonostante la terapia tradizionale e la medicina più ortodossa fatichi ancora a dare a questa particolare assistenza sanitaria una dignità scientifica.

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