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Il dibattito tedesco sul terzo settore | Parte II

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Non è un caso, che il dibattito sia più tedesco che italiano. In Germania l’idea che “un lavoro, per essere fatto bene deve anche esser pagato bene” è probabilmente più diffusa che da noi, accettata come elemento qualitativo “a priori” in qualsiasi settore produttivo

 

La professionalizzazione del terzo settore, tra top manager e incarichi a brand specific, rischia di snaturare l’etica di chi si occupa, per scelta o per passione, di prestare il proprio lavoro, gratuitamente, nelle associazioni di volontariato. È una scelta ancora credibile, se chi dirige l’organizzazione può fregiarsi di una lauta busta paga? In Germania, un’interessante dibattito su quale sia il compenso giusto per i nuovi manager al servizio delle associazioni di volontariato.

In Germania un giovane professionista che si occupa di pianificare e strutturare una raccolta fondi nelle associazioni no profit può guadagnare tra i 30 ed i 35 mila euro, ma la cifra raddoppia se si ricorre ad una figura che concilia il project management con un articolato piano di comunicazione per il no profit, agendo direttamente sul brand della organizzazione e costruendone l’immagine per il pubblico. Una figura di questo tipo ha indubbiamente un’enorme responsabilità all’interno dell’organizzazione, e viene valutata semestralmente dai riscontri di gradimento nelle campagne di raccolta fondi. Tuttavia, il rischio che l’alta professionalità (e la sua retribuzione) svilisca lo stesso concetto dell’impresa no profit, c’è.

La spaccatura, nell’opinione pubblica tedesca (ma la cosa è indubbiamente presente in tutte le realtà del terzo settore europee, compresa quella italiana) è tra chi sostiene che questa sia una necessaria conseguenza per poter rendere le imprese sociali “mature” in un mercato aperto, e tra chi invece difende i principi di sostenibilità (economica) di qualsiasi progetto che possa volersi definire sociale.

Non è un caso, del resto, che il dibattito sia più tedesco che italiano. In Germania l’idea che “un lavoro, per essere fatto bene deve anche esser pagato bene” è probabilmente più diffusa che da noi, accettata come elemento qualitativo “a priori” in qualsiasi settore produttivo. È proprio in tal senso che in Germania le associazioni no profit che mantengono il tetto delle loro spese amministrative al di sotto del 30% rispetto alle somme ricevute con le donazioni (lasciti testamentari, finanziamenti o semplici donazioni) possono fregiarsi del sigillo per le attività sociali rilasciato dall’Istituto centrale tedesco. Una sorta di certificazione di qualità (sulla falsariga delle Iso, per intenderci…) che non prevede particolari c o vantaggi burocratici, ma tende a voler definire una “buona prassi” che possa in futuro divenire poi la “norma”.

In accorgimenti come questo resta certamente evaso il problema degli stipendi manageriali, in quanto riguarda l’intera spesa amministrativa delle associazioni e non della singola retribuzione, ma indubbiamente porre già una questione di questo tipo sul tavolo della discussione può dare l’esatta misura, più dei volumi o dei numeri, di come il terzo settore tedesco sia già alle prese con problematiche etiche di identificazione di un sistema economico che sembra preso seriamente in considerazione nella sua politica di Paese. Possiamo dire altrettanto, rispetto al terzo settore, anche della nostra Politica?

 

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