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Le buone pratiche dei moltiplicatori silenziosi

La percezione della sicurezza è una delle emergenze delle città europee più diffuse. La percezione, e non tanto l’effettiva pericolosità. Le associazioni del terzo settore che si occupano di integrazione affrontano questi problemi spesso “in loco”, ma alcuni nuovi esperimenti stanno dimostrando di poter affrontare il problema da una diversa prospettiva.

L’attuale stato sociale in Italia ha sottolineato in maniera netta quanto la percezione della sicurezza possa essere manipolata e utilizzata per pianificare una campagna politica. Il problema dell’integrazione culturale non è soltanto italiano, ma riguarda tutti i paesi europei che difatti vivono costantemente sotto la minaccia di una ripresa delle spinte nazionalistiche. Le associazioni no profit che si occupano di integrazione costruiscono il loro operato sulla base di un intervento generalmente localizzato (al quartiere, intorno alle attività didattiche o sportive) dedicato a risolvere l’integrazione direttamente sui soggetti coinvolti.

Questo tipo di attività però non ha dimostrato, negli anni, di riuscire a spiantare nell’opinione pubblica la percezione della pericolosità come conseguenza diretta dell’immigrazione, pressata come è stata dagli organi di informazione che ha relegato la comunicazione sociale ai bordi stessi dell’informazione. Che il problema riguardi proprio un piano di comunicazione è ben noto, ma è pure evidente che per agire sulla percezione occorre cambiare la strategia di comunicazione, non informativa, ma collettiva.

A Colonia un’organizzazione no profit ha avviato tre anni fa un progetto denominato “180 gradi” che oggi si pone come una realtà assolutamente calata e in supporto ai servizi cittadini. Si tratta di un progetto di innovazione sociale che coinvolge attualmente 10 “coach” e 100 “moltiplicatori”. La figura del moltiplicatore non è una novità, si tratta di persone che veicolano le buone pratiche di supporto ai servizi cittadini (individuando quelli con maggiori carenze) costruendo a loro volta reti sociali “dal basso” che permettono, oltre a risolvere situazioni periferiche, proprio di agire in maniera convincente sulla percezione della cittadinanza, innanzitutto proprio sulla percezione della sicurezza.

È infatti l’attivazione della maggioranza silenziosa che viene coinvolta dei “moltiplicatori” a riequilibrare uno scompenso dell’informazione operando da mediatori. I loro progetti sociali riguardano principalmente l’integrazione culturale (molto sentita in una realtà come quella di Colonia) ma anche la stessa sicurezza cittadina, con il sostegno attivo della polizia di Stato. Il ruolo delle istituzioni infatti ha immediatamente appoggiato il progetto “180 gradi” riconoscendone immediatamente l’originalità e l’innovazione sociale del progetto.

In questo modo la presenza di moltiplicatori professionisti (tra di essi anche agenti di polizia e personale dell’amministrazione cittadina) ha accelerato la capacità organizzativa e riattiva virtuosamente quei passaggi di “fidelity” tra cittadini e istituzioni. L’idea di operare una svolta di 180 gradi nei servizi di sostegno di Colonia nacque tre anni fa, all’indomani dei disordini provocati dall’uccisione di un giovane da parte di un africano, con il successivo intensificarsi di scontri minori contro la comunità marocchina. Il problema dell’inesistenza di mediatori, rappresentati oggi proprio dai moltiplicatori professionisti, fece si che le diverse comunità non avessero interlocutori precisi con i quali entrare in contatto. Una storia che si ripete, sempre identica, anche in molte città italiane.

Progetti sociali analoghi, quindi, potrebbero allora risolvere i problemi dell’integrazione proprio dalla percezione che la base silenziosa ha del fenomeno dell’immigrazione, restando sempre validi e assolutamente indispensabili tutte le attività svolte dalle associazioni di volontariato e no profit sul piano puramente attuativo delle opportunità e dei servizi proposti (ricerca del lavoro, della casa, assistenza per gli adempimenti burocratici) per rendere l’integrazione non un problema, ma un servizio di un qualsiasi Stato moderno.

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