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Status; la web serie sulle organizzazioni umanitarie

Come raccontare il terzo settore italiano e il mondo delle Ong, delle organizzazioni umanitarie, senza cadere nei soliti passi falsi del “buonismo” a buon mercato? Raccontando una storia, con un serial. Ed è un successo. Breve esamina di Status, primo serial italiano sul no profit.

Tra le organizzazioni umanitarie è il caso dell’anno e se ne parla praticamente dappertutto. Ha già raccolto una discreta lista di riconoscimenti (l’ultimo in ordine di tempo è la vittoria nel TeleTopi, gli Oscar dei migliori racconti on line) ma c’è da aspettarsi che siamo soltanto all’inizio. Il “fenomeno” Status – la serie (vincitrice della prima edizione di Are You Series? del Milano Film Festival) si è abbattuto sul web soltanto da pochi mesi ma la risposta del pubblico è stata immediatamente altissima. La serie Status dimostra di aprire nuove strade per la comunicazione sociale per il no profit, costruendo prodotti decisamente validi sul piano comunicativo tali da permettere di raggiungere i grandi numeri, quelli che contano.

La ricetta di questa scommessa poteva apparire davvero rischiosa; prendere le storie del mondo delle organizzazioni umanitarie e della cooperazione sociale e inserirle in un format di comunicazione completamente estraneo alle logiche e al panorama delle associazioni umanitarie; la serie tv. Ed è proprio quello che hanno fatto Margherita Ferri, renato Giugliano e Davide Lambati, regista di una serie (per ora in 10 episodi) che prova a riscrivere, o perlomeno a fare un bel passo in avanti, alla comunicazione sociale per il no profit, con un prodotto che comunica a più livelli, non soltanto dal punto di vista artistico ma anche su quello concreto delle piattaforme, collegando social (con una pagina fb) e video.

La struttura dello storytelling del resto si presta ottimamente alla struttura dei serial, e proprio su questo ponte si è fatto affidamento per trasferire i racconti e le esperienze di una Ong italiana, Cefa onlus, in un format che strizza l’occhio alle popolarissime serie tv americane (breaking bad) senza rinunciare alla profonda immedesimazione con i cooperanti impegnati ogni giorno nei luoghi perduti e dimenticati da dio. Nulla, in questa operazione, è stato lasciato al caso. Partendo dal cast (Edoardo Lomazzi, Eleonora Giovanardi) alla produzione, tutto è stato fatto con grande mestiere, sino alla precisa volontà di girare gran parte del materiale direttamente sui luoghi di intervento delle associazioni umanitarie, in Albania.

L’organizzazione non governativa Cefa lavora da quarant’anni nella cooperazione sociale in nove paesi tra i balcani e l’Africa, continuando il lavoro cominciato dal suo fondatore, Giovanni Bersani, una delle figure più prestigiose nel mondo della cooperazione, scomparso appena un anno fa all’età di 100 anni. Il contributo della Ong per la realizzazione di Status è stato fondamentale oltre per l’apporto logistico, indispensabile per operare in determinati contesti, proprio per tenere insieme quel filo sottile che lega il racconto di una storia con la sua traduzione in un linguaggio, con la sua capacità di farsi poi messaggio. Nello storytelling l’attinenza al reale è un punto centrale e la riuscita o meno di un prodotto, la sua capacità comunicativa, dipende proprio da questa “vicinanza” che non deve essere completamente aderente come nel caso del documentario (altro tipo di linguaggio) ma deve tuttavia esser capace di costruire una tela, un tessuto sul quale costruire il serial.

C’è da scommettere che dopo Status saranno molte le esperienze e le iniziative di comunicazione sociale per il no profit che intenderanno battere questa strada e del resto il terzo settore offre un bagaglio di esperienze e di “soggetti” davvero ampio e vario, pari a nessun altro settore di attività. La speranza è che anche le produzioni future, e lo stesso Status qualora dovesse essere ampliato e implementato anche ad una vera e propria serie tv, possano conservare questo sguardo, lontano dal buonismo e da quel miserevole e caritatevole modo di raccontarsi che ha spesso il terzo settore. Pure, c’è da augurarsi che sia sempre presente, e forte, l’impegno diretto delle organizzazioni umanitarie e del no profit in generale per far si che tali storie e soggetti non cadano semplicemente nell’economia di una società di produzione di audiovisivi, ma portino sempre con sé un pezzettino, vero e sincero, di quello che è il terzo settore italiano. Lontani da squallidi patriottismi e campanilismi che non aggiungono mai nulla alla bontà di un prodotto, quello che piace in Status, è proprio questo suo modo di raccontarci, in una maniera tutta italiana, e di mostrare quella capacità di saper fare le cose per bene, costruendo un autentico prodotto italiano. Che sia uno storytelling, un serial o una cooperazione sociale in un posto lontano da casa. Insomma, quella capacità di saper guardarsi intorno, assumendo anche codici di comunicazione d’oltreoceano, pur restando sempre, per fortuna o purtroppo come diceva qualcuno, italiani.

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